In Burkina Faso, il Consiglio dei Ministri guidato dal capitano Ibrahim Traoré ha adottato una decisione di portata storica: lo scioglimento di tutti i partiti e dei movimenti politici attivi nel Paese.
Il provvedimento è stato accompagnato dall’approvazione di una nuova legge che abroga l’intero impianto normativo precedente relativo alle attività dei partiti, al loro finanziamento e allo statuto giuridico del leader dell’opposizione. Contestualmente, i beni appartenenti alle formazioni politiche verranno trasferiti allo Stato.
Secondo quanto dichiarato dal ministro Émile Zerbo, la misura nasce dall’intento di correggere quelli che il governo definisce “abusi del sistema multipartitico”, considerato responsabile di aver alimentato divisioni interne, instabilità e conflitti di interesse. L’obiettivo ufficiale è quello di favorire la coesione nazionale e rafforzare il processo di ricostruzione dello Stato in una fase che le autorità descrivono come cruciale per il futuro del Paese.
Il decreto segna una svolta radicale nel panorama politico burkinabé e solleva interrogativi sul destino del pluralismo e delle libertà politiche. Da un lato, il governo militare presenta la decisione come un atto necessario per ristabilire ordine e unità; dall’altro, osservatori internazionali e organizzazioni per i diritti civili temono che la soppressione dei partiti possa aprire la strada a una concentrazione sempre maggiore del potere.
Il Burkina Faso, già provato da anni di instabilità politica e dalla minaccia jihadista, entra così in una nuova fase della sua storia istituzionale, nella quale il concetto di unità nazionale viene posto al centro, ma al prezzo di una sospensione quasi totale della vita politica tradizionale. Una scelta che avrà inevitabilmente ripercussioni profonde sul futuro democratico del Paese e sui suoi rapporti con la comunità internazionale.
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