L’ex Primo Ministro della Finlandia Sanna Marin torna al centro del dibattito pubblico con una proposta che mette in discussione uno dei pilastri della società contemporanea: il modello tradizionale di lavoro fondato su settimane lunghe e giornate estenuanti.

La sua visione è chiara e radicale: una settimana lavorativa di quattro giorni, con turni giornalieri di sei ore. Non una riduzione punitiva dell’impegno, ma una trasformazione culturale. Secondo Marin, lavorare meno non significa produrre meno, bensì lavorare meglio. La produttività, sostiene, non dipende dal numero di ore trascorse in ufficio, ma dalla qualità del tempo e dall’equilibrio psicofisico delle persone.

Al centro della proposta c’è una nuova idea di benessere sociale. Più tempo libero significherebbe più spazio per la famiglia, per la cura dei figli, per la formazione personale, per lo sport, la cultura e la vita comunitaria. Una società che non vive solo per lavorare, ma che lavora per vivere. In questa prospettiva, il lavoro smette di essere l’unico metro di valore dell’individuo e diventa uno degli elementi di una vita più armonica.

Marin inserisce questa riforma in una visione più ampia della modernità: una società che non misura il successo solo in termini economici, ma anche in salute mentale, relazioni umane e qualità della vita. Le nuove tecnologie e l’automazione, secondo lei, rendono possibile questo cambiamento. Se le macchine aumentano l’efficienza, il guadagno di tempo dovrebbe ricadere sulle persone, non solo sui profitti.

Naturalmente, la proposta divide. I sostenitori la vedono come una risposta concreta allo stress cronico, al burnout e al crollo demografico che affliggono molte società occidentali. I critici temono invece un impatto negativo sulla competitività economica e sulle piccole imprese, che potrebbero faticare ad adattarsi a un simile modello senza costi aggiuntivi.

Ma il punto più interessante non è solo economico: è antropologico. La proposta di Marin mette in discussione l’idea che il valore dell’uomo coincida con la sua produttività. Propone una società in cui il tempo non sia divorato dal lavoro, ma restituito alla vita. È una sfida culturale prima ancora che politica.

In un’Europa segnata dall’invecchiamento della popolazione, dalla crisi della natalità e dalla crescente solitudine urbana, il tema del tempo libero diventa centrale. Più ore per vivere potrebbero significare più relazioni, più creatività, più partecipazione civica. In altre parole, una società meno stanca e forse anche più umana.

Che la proposta venga attuata o meno, una cosa è certa: Sanna Marin ha riaperto una domanda fondamentale del nostro tempo. Lavoriamo per costruire una vita migliore, o abbiamo costruito una vita che esiste solo per lavorare? La settimana corta non è solo una riforma del lavoro, ma una provocazione sul senso stesso della modernità.