Sta emergendo una nuova frontiera della fecondazione artificiale che inquieta non solo teologi e filosofi, ma anche scienziati ed eticisti: la possibilità di selezionare il figlio “migliore” tra più embrioni sulla base di criteri genetici come sesso, colore degli occhi, altezza, quoziente intellettivo e predisposizione alle malattie. Con l’introduzione di sistemi come Nucleus IVF+, la procreazione rischia di trasformarsi in un atto di consumo, in cui il bambino non è più accolto come dono, ma scelto come prodotto ottimizzato.
Dietro il linguaggio rassicurante della “prevenzione” e del “miglior inizio di vita possibile”, si cela una logica pericolosa: quella della selezione. Gli embrioni che non rispondono ai criteri desiderati vengono scartati ed eliminati. La vita umana entra così in una classifica di qualità biologica. Non conta più semplicemente che un essere umano esista, ma che corrisponda a parametri stabiliti in anticipo.

Si tratta di una eugenetica nuova, tecnologica, silenziosa, senza camici militari né ideologie dichiarate, ma non meno inquietante di quella del Novecento. Cambiano i mezzi, non la mentalità: stabilire chi è degno di nascere e chi no. Il fatto che oggi la scelta sia affidata ai genitori e non allo Stato non rende la pratica meno problematica. Al contrario, la rende più subdola, perché travestita da libertà individuale e progresso scientifico.
La pubblicità che accompagna questi servizi parla apertamente di percentuali genetiche legate al quoziente intellettivo e all’altezza, suggerendo che si possa “ottimizzare” il futuro dei figli per garantirne il successo sociale e accademico. Ma questo trasforma la genitorialità in un progetto di ingegneria umana e il figlio in un investimento. L’amore incondizionato lascia il posto a un criterio di prestazione.
Le conseguenze sociali sono facili da immaginare. Si profila una società divisa tra bambini geneticamente selezionati e bambini “naturali”, tra chi può permettersi la perfezione biologica e chi no. La dignità umana rischia di essere misurata in termini di efficienza genetica. Il valore di una persona diventa calcolabile prima ancora che nasca.
Dal punto di vista etico, questa pratica colpisce al cuore il principio fondamentale della civiltà umana: ogni vita ha valore in sé, indipendentemente da salute, capacità, bellezza o intelligenza. La selezione genetica nega questo fondamento e introduce un criterio utilitaristico: vale ciò che funziona meglio.
Anche la medicina viene snaturata. Nata per curare e accompagnare la fragilità umana, diventa strumento di esclusione. La malattia non è più una realtà da affrontare con solidarietà, ma un difetto da eliminare prima della nascita. Non si combatte il dolore: si sopprime chi potrebbe soffrire.
L’eugenetica non è più un incubo del passato. È già presente nei laboratori, nei software, nei cataloghi genetici. Non si presenta con la violenza, ma con il sorriso del marketing. Non parla di razze superiori, ma di “scelte informate”. Non promette dominio, ma successo.
Eppure la domanda resta la stessa di sempre: chi decide il valore di una vita? Se oggi scegliamo il colore degli occhi e il QI, domani sceglieremo il carattere, l’orientamento, la personalità? La linea tra cura e controllo è ormai sottilissima.
Difendere il figlio non selezionato significa difendere l’umanità stessa. Significa affermare che ogni persona è unica e irripetibile, non perché perfetta, ma perché umana. La vera civiltà non nasce dall’ottimizzazione genetica, ma dall’accoglienza della fragilità.
La tecnologia può essere alleata della vita solo se rimane al servizio della dignità umana. Quando pretende di stabilire chi merita di nascere, smette di essere scienza e diventa ideologia.
L’eugenetica non è fantascienza. È una tentazione reale del nostro tempo. E proprio per questo deve essere riconosciuta, discussa e fermata prima che diventi normalità.