Niccolò Salvioni – 8 febbraio 2026
(9) La trappola della neutralità: come la Svizzera… – Niccolò Salvioni | Facebook
Un’analisi di 88 pagine rivela il paradosso della sicurezza autoprodotta: Berna chiede 31 miliardi ai cittadini per difendersi da pericoli generati dall’abbandono della neutralità. E i Bilaterali III rendono impossibile qualsiasi ritorno indietro.
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Il 27 gennaio 2026, il consigliere federale Martin Pfister ha chiesto agli svizzeri un sacrificio fiscale senza precedenti: aumentare l’IVA dello 0,8% per finanziare 31 miliardi di franchi in dieci anni destinati alla difesa. La motivazione ufficiale? La Svizzera «non sarebbe più in grado di difendersi da sola» e deve colmare «lacune urgenti» nella sicurezza nazionale.
Ma una domanda cruciale è rimasta nell’ombra: chi ha creato queste minacce?
Il paradosso autoprodotto
Un’analisi approfondita ricostruisce un circolo vizioso sorprendente: il 28 febbraio 2022, con l’adesione alle sanzioni UE contro la Russia, la Svizzera ha abbandonato nei fatti la neutralità che il Congresso di Vienna le riconobbe nel 1815. Conseguenza immediata: Mosca ha inserito la Confederazione nella lista dei «Paesi ostili» già nel marzo 2022.
In altre parole, Berna ha trasformato la Svizzera da Stato neutrale – quindi non soggetto a minacce militari dirette – in potenziale obiettivo, e ora chiede ai contribuenti di pagare le conseguenze di questa scelta attraverso un aumento fiscale regressivo che colpirà soprattutto i redditi bassi e medi.
Il naufragio delle potenze protettrici
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dalla ricerca riguarda il crollo del ruolo storico della Svizzera come potenza protettrice. Durante la Seconda Guerra Mondiale, la Confederazione gestiva 219 mandati per rappresentare gli interessi di Stati in conflitto. Oggi ne rimangono solo otto.
Il caso più emblematico è il mandato Iran-USA: dal 1980 la Svizzera rappresenta gli interessi americani in Iran, ma contemporaneamente – e qui sta il paradosso – applica sanzioni contro l’Iran su pressione UE/USA. Come può un mediatore essere credibile se è schierato con una delle parti? Non può. E infatti Teheran oggi percepisce Berna come «parte del blocco occidentale ostile», svuotando il mandato di ogni efficacia reale.

Miliardi a rischio, nessuno risponde
La ricerca documenta un altro scandalo finora sottovalutato: 19 miliardi di franchi di progetti militari «con gravi problemi e grandi rischi», secondo la Commissione parlamentare di gestione. Caccia F-35 con sovra-costi fino a 1,8 miliardi (rifiutato il referendum popolare richiesto), droni israeliani con sette anni di ritardo e ancora non operativi, sistemi informatici da 700 milioni a rischio di risultare sprecati, hangar con sovra-costi del 67%.
Nonostante ciò, nessun dirigente è stato rimosso, nessuna responsabilità assunta. L’ex capo dell’esercito Thomas Süssli ha persino dichiarato che «non sono stati sprecati soldi pubblici» – un’affermazione difficile da conciliare con le evidenze documentate.
La trappola dei Bilaterali III
Ma l’elemento più inquietante emerso dall’analisi riguarda i Bilaterali III. L’accordo sull’energia (EUPA) obbliga la Svizzera a partecipare ai «meccanismi di solidarietà energetica» dell’UE. Cosa significa in pratica? In caso di conflitto che coinvolga l’UE, l’Agenzia europea ACER può imporre alla Svizzera di destinare l’80% della capacità energetica transfrontaliera agli Stati membri «in prima linea».
La Svizzera si troverebbe quindi di fronte a una scelta impossibile: (A) recepire la direttiva ACER, discriminando uno Stato terzo belligerante e violando così le Convenzioni dell’Aia del 1907 sulla neutralità; (B) rifiutare, scatenando il meccanismo di «cross-retaliation» previsto dai Bilaterali III: l’UE sospende altri accordi (trasporti, ricerca, libera circolazione), causando il collasso economico della Svizzera in 72 ore, in uno scenario limite ma giuridicamente plausibile.
In altre parole: con i Bilaterali III, la neutralità armata diventa giuridicamente impossibile. L’integrazione nelle reti ENTSO-E (41 linee elettriche transfrontaliere coordinate), TEN-T (600 km di tunnel alpini), EUROCONTROL (spazio aereo) vincola automaticamente la Svizzera a schierarsi, indipendentemente dalle dimensioni dell’esercito.
La proposta: neutralità leggera “rafforzata”
Di fronte a questa trappola, la ricerca propone l’«Opzione 3+»: una neutralità leggera sul modello irlandese, con investimenti mirati su cyber-difesa (600-800 milioni annui), intelligence (400-500 milioni), protezione civile e riserve strategiche, mantenendo però il servizio militare obbligatorio per la coesione sociale e una deterrenza minima credibile (artiglieria mobile leggera, forze speciali, guerra elettronica).
Costo totale: 5,15-6,8 miliardi annui (0,6-0,85% del PIL), contro i 16-24 miliardi necessari per una neutralità armata classica o i 19-20 miliardi dell’integrazione NATO. Aumento fiscale necessario: zero o minimo (0-0,2% IVA), invece dello 0,8% proposto da Pfister.
Ma – e qui sta il punto cruciale – questa opzione è praticabile solo SENZA i Bilaterali III come attualmente proposti. Con gli accordi, l’autonomia operativa su cyber, intelligence e diplomazia verrebbe compromessa dal coordinamento obbligatorio con le agenzie UE, riducendo l’efficacia degli investimenti del 20-60%.
La scelta binaria
Il referendum sui Bilaterali III (previsto nella primavera 2027) diventerà il momento di verità in un contesto di votazioni già fortemente interconnesse: servizio pubblico di informazione, iniziativa sulla neutralità dell’UDC, IVA per la difesa. Non si tratta di scegliere quanto spendere, ma quale Svizzera la sua popolazione vorrà.
Un Paese autonomo che preserva la neutralità accettando costi economici nel breve termine (riduzione accesso mercato UE, necessità di diversificazione verso Asia e Americas) ma mantiene credibilità diplomatica, libertà operativa e la possibilità di mediare conflitti globali? O un microstato integrato nel blocco euro-atlantico – un po’ come la Groenlandia con la Danimarca, ma sotto controllo di Bruxelles – che rinuncia alla neutralità sperando di ottenere garanzie di sicurezza collettiva che però nessuno le ha promesso?
L’ibrido attuale – neutralità formale con allineamento sostanziale, vincoli europei senza voce decisionale, spesa insufficiente per essere credibili ma eccessiva per essere efficienti – è la peggiore delle opzioni. Accumula costi senza benefici, vincoli senza garanzie, incoerenza strategica totale.
Il paradosso finale? I cittadini pagheranno con tasse regressive (che gravano più sui poveri) per acquistare armi americane (alimentando l’industria USA e riducendo il deficit commerciale imposto dall’accordo Trump da 200 miliardi), mentre perdono la neutralità che per due secoli ha protetto la Svizzera dai conflitti europei. E tutto questo senza che nessun responsabile dei miliardi a rischio abbia mai risposto del proprio operato.
La posta in gioco non è tecnica, ma politica: quale identità, quale sovranità, quale futuro per la Confederazione elvetica nel XXI secolo? Gli strumenti della democrazia diretta – referendum sui Bilaterali III, sull’IVA, sull’iniziativa neutralità – offrono ai cittadini il potere di bloccare questa deriva finale.
Ma solo se sapranno e saranno realmente -informati- su cosa staranno votando. E il tempo per decidere è ora: la primavera 2027 sarà il momento in cui la Svizzera sceglierà se rimanere sé stessa o diventare un satellite atlantico senza più voce propria.
La ricerca completa “Neutralità svizzera in trappola: potenze protettrici, allineamento atlantico e paradosso della sicurezza autoprodotta” (88 pagine) è liberamente disponibile su LinkedIn: