RD Congo, i minerali sempre più al centro delle contese globali. Mario Scaramella nominato consigliere giuridico della giunta per le relazioni strategiche con le università e per la scuola di formazione di Beni.
Non è soltanto l’est della Repubblica Democratica del Congo a essere al centro della nuova economia globale, né sono soltanto coltan e cobalto i cosiddetti “minerali insanguinati” che alimentano conflitti spesso dimenticati. Anche il sud del Paese, in particolare le regioni dell’ex Katanga, con i loro vasti giacimenti di manganese, rame, oro e litio, è diventato un nodo strategico nelle dinamiche geopolitiche che coinvolgono Stati Uniti, Cina e potenze regionali africane.
Nel Nord Kivu, posto sotto legge marziale, il controllo dello sfruttamento delle risorse minerarie viene oggi presentato come una priorità di sicurezza nazionale. Le autorità locali puntano su un rafforzamento delle competenze giuridiche e tecnologiche, anche attraverso il coinvolgimento di specialisti internazionali. In questo quadro si inserisce la nomina di Mario Scaramella come consigliere giuridico della giunta per le relazioni strategiche con le università e per la scuola di formazione di Beni, con l’obiettivo dichiarato di strutturare una governance più efficiente del settore minerario.

Il Katanga e la strategia “minerali in cambio di sicurezza”
Ma il cuore della nuova partita non si gioca solo nel Kivu. Più a sud, nelle province dell’Alto Katanga e del Lualaba, tra Lubumbashi e Kolwezi, il cobalto resta il minerale simbolo, indispensabile per batterie, semiconduttori, intelligenza artificiale e transizione energetica. Qui si concentra l’interesse diretto degli Stati Uniti, che hanno messo a punto una strategia basata sulla formula minerals for security: garanzie di sicurezza in cambio dell’accesso e della gestione di siti minerari strategici.
Da circa due settimane, il governo di Kinshasa ha trasmesso a Washington una “lista ristretta” di progetti minerari sui quali gli Usa potrebbero acquisire diritti e gestione. Questa proposta costituisce il preambolo degli accordi di pace tra il presidente congolese Félix Tshisekedi e il presidente rwandese Paul Kagame, mediati dall’amministrazione Trump.
Tra i siti coinvolti figura anche la città mineraria di Kisenge, nel sud del Paese. A lanciare l’allarme è la società civile locale, in particolare l’associazione dei lavoratori Casmia-G, attiva nella provincia del Lualaba, che mette in guardia contro il rischio di una vera e propria “svendita” delle risorse nazionali. «Non cedere le miniere ai grandi poteri e non accontentarsi delle briciole», è l’appello rivolto al governo.
Preoccupa in modo particolare il destino della Kisenge Manganese Company, ex compagnia di Stato rimasta inattiva per quarant’anni e oggi rientrata nella traiettoria del Corridoio di Lobito, un maxi-progetto infrastrutturale transfrontaliero sostenuto da capitali occidentali.

Mario Scaramella e il Generale Evariste Somo, Governatore Militare del Nord kivu
Tragedie ignorate e diritti calpestati
Mentre si negoziano accordi e investimenti miliardari, il prezzo umano continua a essere altissimo. Nella notte tra il 6 e il 7 febbraio, nel sito minerario artigianale di Tulizembe, circa 20 chilometri a sud di Kolwezi, almeno undici minatori hanno perso la vita in una frana. Altri sono rimasti gravemente feriti. Una tragedia passata quasi sotto silenzio in Occidente, come quella di Rubaya, dove a fine gennaio centinaia di persone sono rimaste sepolte.
Nella strategia minerals for security rientra anche la zona mineraria di Kipushi. Secondo il portale congolese Mines.cd, gli Stati Uniti stanno accelerando il loro riposizionamento nella corsa globale ai minerali critici. Emblematico è il ruolo di Robert Friedland, fondatore e co-presidente esecutivo di Ivanhoe Mines, presente alla Casa Bianca al fianco di Trump per il lancio del progetto Vault: una riserva strategica di minerali critici del valore stimato di 12 miliardi di dollari, pensata per ridurre la dipendenza americana dalla Cina.
Una pace che non guarda alle persone
Intanto, mentre il mondo dà per acquisita la pace tra Congo e Rwanda dopo l’accordo del 5 dicembre, nell’est del Paese la guerra continua. Il Nord e il Sud Kivu restano in balia dell’M23, dei Wazalendo, delle milizie filo-rwandesi e dei gruppi jihadisti dell’ADF. Il caos è diventato la normalità. Migliaia di persone sono sfollate, molte hanno trovato rifugio in Burundi, altre vivono senza casa né protezione.
La Chiesa locale e missionaria denuncia con forza il rischio che, pur di bloccare l’estrazione illegale e il traffico clandestino di minerali, il governo di Kinshasa accetti condizioni imposte dall’amministrazione Trump. Il cuore dei negoziati, infatti, non è la pace né la giustizia, ma il Regional Economic Integration Framework tra Congo e Rwanda: un documento di 26 pagine interamente incentrato su politiche minerarie e catene di approvvigionamento.
Di sicurezza delle persone, di diritti umani violati, di ricostruzione delle comunità distrutte dalla guerra non vi è traccia. La cosiddetta Pax americana, qui come altrove, appare soprattutto come una strategia commerciale e di investimento privato, dove la pace è funzionale ai mercati e non alla vita quotidiana delle popolazioni.