Di Charlie Tee in collaborazione con Martin N. Badrutt
C’è qualcosa di surreale nel camminare lungo Via Nassa e accorgersi all’improvviso che la strada è stata conquistata da sogni a quattro ruote.
Non quelli abituali, non quelli silenziosi del traffico quotidiano, ma la presenza abbagliante, lucidata, quasi predatoria di macchine pensate per sedurre.
Autonassa è tornata. Quarantaquattro anni di storia, eppure ogni edizione sembra un nuovo scontro: tra tradizione e futuro, tra benzina e silenzio, tra prestigio e coscienza.
162 veicoli. 46 marchi. Da Ferrari a Tesla, dal ruggito eterno della combustione al sussurro dell’elettricità. È tutto lì, allineato come soldati in parata, ma sorridente come modelli su una passerella.

Ma oltre al cromo e alle curve, la vera domanda è questa: cosa significa per una città cedere la sua strada più elegante —Via Nassa, con le sue arcate e i suoi portici storici— al culto della mobilità? Per quattro giorni, le vetrine non riflettono borse e orologi, ma fibra di carbonio, cruscotti elettrici, promesse ibride.
Sì, le promesse. Perché Autonassa non è più soltanto una celebrazione di cavalli di potenza. È uno specchio delle nostre contraddizioni. Da un lato, il culto della velocità, del lusso, del prestigio. Dall’altro, il vangelo crescente della sostenibilità, della tecnologia verde, del “futuro della mobilità”. Li vogliamo entrambi. Vogliamo tutto. La potenza e la purezza, l’adrenalina e l’assoluzione.
Camminare tra una Lamborghini e un modesto ibrido è quasi come attraversare mondi paralleli. Eppure, su Via Nassa, questi mondi convivono senza conflitto. I bambini indicano le supercar, i genitori si soffermano davanti agli elettrici. Tutti si scattano un selfie. Tutti proiettano il proprio sogno.
E forse è proprio questo che rappresenta Autonassa: una confessione collettiva. Non veniamo qui solo per guardare le auto, ma per guardarci dentro —nei nostri desideri, nelle nostre contraddizioni, nel nostro futuro.
Sì, Autonassa è spettacolare. È elegante. È gratuita, democratica nell’accesso ma
profondamente elitaria nei contenuti. È un palcoscenico in cui Lugano mostra non solo automobili, ma identità: una città che vuole essere al tempo stesso lussuosa e sostenibile, storica e futurista.
L’elettrico vincerà sulla benzina? Il sussurro sostituirà il ruggito? Nessuno lo sa. Ma per ora i motori riposano, le batterie si ricaricano, e Via Nassa diventa un teatro temporaneo in cui cromo, coscienza e curiosità mettono in scena il loro dramma annuale. E domani, quando le auto saranno sparite, la strada tornerà a essere quella di sempre. Ma i riflessi sulle vetrine… forse rimarranno con noi ancora un po’

