Al FinLantern Finance Forum (LFF) di Lugano, quest’anno, non si è parlato soltanto di mercati e investimenti.
È successo qualcosa di più raro: sul palco è salita una voce che non teme di andare contro la narrativa dominante europea.
Eva Vlaardingerbroek, attivista olandese nota per le sue posizioni a difesa della libertà, della sovranità e dell’identità culturale, ha offerto un quadro che molti preferirebbero non ascoltare.
La sua presenza al Forum non è stata casuale né priva di resistenze.
A volerla fortemente è stato Riccardo Esposito, fondatore di FinLantern, nonostante — come raccontano vari presenti — qualcuno nel mondo dei media avesse tentato di scoraggiarlo. Ma Esposito non è nuovo a decisioni indipendenti.

FinLantern nasce nel 2009, fondata proprio da Riccardo Esposito dopo una lunga esperienza come analista finanziario.
In quindici anni è cresciuta fino a diventare una rete internazionale di oltre 50.000 professionisti del settore finanziario, attiva soprattutto tra Svizzera e Italia.
Il Lugano Finance Forum, oggi appuntamento fisso al Palazzo dei Congressi, è il suo evento di punta: panel, keynote, fintech, asset management, geopolitica economica.
È in questo contesto che Eva ha parlato. E ciò che ha detto è stato un vero terremoto culturale.
Per chi vive in Svizzera, il referendum è parte integrante della vita civile.
Ma Vlaardingerbroek ha ricordato che nel resto d’Europa la volontà popolare è un optional, non un pilastro.
Ha citato il caso del referendum olandese sul trattato UE–Ucraina, dove il 61% dei votanti si espresse contro.
Risultato? Bruxelles e il governo olandese lo ignorarono elegantemente.
Un Paese che calpesta i referendum non è più una democrazia funzionante.
E il fatto che tutto questo venga percepito come normale — perfino virtuoso — dovrebbe preoccupare ogni cittadino svizzero che crede nella sovranità.
La situazione sociale olandese parla da sé: aumentano i suicidi tra gli agricoltori, bersagliati da politiche climatiche imposte dall’alto, lontane dalla realtà rurale e dall’identità storica del Paese.
Secondo Eva, l’Unione Europea non si limita a ignorare la volontà popolare: lavora attivamente per ridurre la libertà finanziaria dei cittadini.
Negli ultimi anni abbiamo visto:
limiti crescenti al contante;
requisiti di autorizzazione per transazioni crypto anche modeste;
criminalizzazione di fatto delle privacy coin;
progetti di database finanziari centralizzati a Bruxelles.
Non è più un discorso economico: è un discorso politico.
Il denaro è il primo strumento di libertà. Chi controlla il denaro controlla le persone.
Il passo decisivo sarà l’introduzione dell’Euro Digitale (CBDC) nel 2029.
La BCE lo presenta come “innovazione”.
I documenti tecnici dicono un’altra cosa:
programmabilità,
tracciamento totale,
tetti di spesa,
possibilità di bloccare fondi individuali in base al comportamento.
Chi ha studiato lo yuan digitale cinese sa esattamente cosa significa:
non una moneta, ma un passaporto comportamentale travestito da pagamento elettronico.
Molti svizzeri ripetono: “Io ho i soldi in Svizzera, sono protetto”.
È un’illusione.
La Confederazione partecipa a network internazionali di scambio dati; chiunque abbia legami con l’UE può finire esposto. La direttiva DACA lo dimostra: Bruxelles vuole avere occhi anche sulle crypto detenute all’estero.
Le ricerche dimenticate: MoneyMuseum e Gospa Institute
Il warning non arriva solo dagli attivisti.
Il gruppo svizzero MoneyMuseum, che studia da anni il ruolo culturale del denaro, e il think-tank austriaco Gospa Institute, sensibile ai temi della libertà economica e dell’etica sociale, analizzano da tempo il rischio legato alle CBDC.
Le loro conclusioni coincidono:
l’euro digitale non è una valuta neutra;
è uno strumento di ingegneria sociale;
punta a uniformare i comportamenti del cittadino europeo;
la Svizzera è l’ultimo baluardo di un’idea alternativa: quella di una libertà che non dipende da un algoritmo.
Se la Confederazione rinuncia alla propria autonomia monetaria digitale, l’Europa intera perderebbe il suo unico contrappeso reale al potere centralizzatore di Bruxelles.
Il vento dell’Est: sovranità come necessità
La linea tracciata da Polonia, Ungheria e altri Paesi dell’Est è chiara:
nessuna centralizzazione senza consenso; nessuna cessione di sovranità senza dibattito.
È un messaggio che risuona con forza anche in Svizzera.
Perché la battaglia del prossimo decennio non si giocherà sulle frontiere fisiche, ma su quelle tecnologiche e finanziarie.
La libertà non ha futuro se la moneta diventa un permesso revocabile.
L’intervento di Eva Vlaardingerbroek al FinLantern Finance Forum non è stato un discorso di circostanza.
È stato un avvertimento: chi controlla il denaro, controlla le vite.
E l’Europa — quella di oggi — vuole entrambe le cose.
La Svizzera ha un vantaggio storico: la democrazia diretta, il federalismo, la cultura della responsabilità individuale.
Ma un vantaggio, se ignorato, si trasforma velocemente in un rimpianto.
La scelta è davanti a noi:
difendere ora la nostra libertà economica,
oppure svegliarci in un continente in cui la libertà è solo una voce archiviata in un database.”