La Fiamma olimpica non è solo un rito cerimoniale: è una narrazione in movimento, un filo di fuoco che attraversa il tempo e lo spazio, collegando l’antica Olimpia alla contemporaneità. Con il Viaggio della Fiamma dei XXV Giochi olimpici e paralimpici invernali Milano Cortina 2026, questa tradizione millenaria torna a percorrere l’Italia intera, toccando tutte le 110 province, città d’arte e borghi, paesaggi iconici e luoghi della memoria collettiva, in un itinerario di 12mila chilometri che intreccia identità e futuro.

Accesa secondo il rito antico, la Fiamma è partita ufficialmente da Roma il 6 dicembre, per poi attraversare il Paese in un viaggio che il presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, Giovanni Malagò, ha definito come un cammino capace di “celebrare il meglio dello Spirito italiano”, ricordando al mondo che lo sport è ancora oggi un linguaggio universale, capace di costruire ponti e abbattere barriere. Le tappe simboliche non mancano: Napoli a Natale, Bari a Capodanno, Cortina d’Ampezzo il 26 gennaio, settant’anni dopo i Giochi invernali del 1956. E poi luoghi spettacolari come Punta Gnifetti sul Monte Rosa, le Cascate delle Marmore, la Costiera Amalfitana, il Canal Grande di Venezia, fino al Duomo di Milano, dove la Fiamma arriverà la sera del 6 febbraio, alla vigilia della cerimonia di apertura.

Questa processione laica e festosa ha una radice antichissima. La Fiamma nasce a Olimpia, nel cuore della Grecia, dove il fuoco sacro ardeva in onore di Zeus come simbolo di continuità, misura e armonia. Per i Greci, lo sport non era spettacolo ma educazione dell’uomo nella sua interezza: corpo, mente e anima. Non è un caso che Platone, uno dei più grandi filosofi dell’antichità, fosse anche un atleta; il suo soprannome derivava proprio dalla robustezza fisica, e la sua scuola, l’Accademia, era dotata di una palestra. In quel mondo, la filosofia camminava accanto alla corsa, e il pensiero si allenava insieme ai muscoli.

L’ideale di bellezza e proporzione che animava lo sport antico trovò forma nell’arte: le statue di Prassitele, con i loro corpi giovani, misurati e vitali, non celebravano solo l’estetica, ma l’equilibrio tra forza e grazia, tra disciplina e libertà. La Fiamma olimpica porta con sé proprio questo messaggio: non la vittoria fine a se stessa, ma la ricerca dell’eccellenza umana.

Oggi, però, la tradizione si scontra anche con le fragilità del presente. In Italia non sono mancate polemiche su chi avesse il diritto di portare la Fiamma, su esclusioni e scelte considerate discutibili. Discussioni che rivelano quanto il gesto simbolico sia ancora carico di significato: portare la Fiamma non è un privilegio qualunque, ma un atto che rappresenta una comunità, una storia, un valore condiviso. Quando il simbolo diventa terreno di scontro, è il segno che lo sport non è mai neutro, ma riflette le tensioni e le aspettative della società.

Eppure, nonostante tutto, la Fiamma continua il suo cammino. Dal Colosseo alla Fontana di Trevi, da Amatrice, simbolo di resilienza, al quartiere Scampia, segno di rinascita possibile, il suo passaggio accende non solo bracieri, ma memorie e speranze. Per due mesi, accompagnata da una macchina organizzativa imponente, la Fiamma avanza lentamente, a passo d’uomo, come a ricordare che il vero senso dell’Olimpiade non è la velocità, ma il percorso.

In un tempo che corre e divide, la Fiamma olimpica resta un gesto antico e ostinato: un fuoco che non brucia per distruggere, ma per illuminare, invitando ancora una volta a credere che lo sport, quando è fedele alle sue origini, possa essere educazione, bellezza e incontro.