Negli ultimi mesi, e con rinnovata intensità dopo alcune dichiarazioni di Donald Trump sul possibile disimpegno americano dalla difesa europea, il dibattito attorno al caccia F-35 ha assunto toni sempre più politici e strategici. In Svizzera, dove l’acquisto dell’F-35 è stato approvato dopo un referendum combattuto e non privo di polemiche, sta emergendo una domanda inquietante: quanto sono realmente sovrani questi aerei una volta entrati in servizio? E, soprattutto, esiste il rischio che possano essere di fatto “disattivati” dagli Stati Uniti?
La questione non riguarda un ipotetico pulsante segreto con cui Washington potrebbe spegnere i caccia a distanza, come talvolta viene suggerito in modo sensazionalistico. Gli esperti concordano sul fatto che non esista un vero e proprio “kill switch” remoto. Tuttavia, come spiegano analisti come Stéphane Audrand ed Etienne Marcuz, il problema è più sottile e, proprio per questo, più serio. L’F-35 è un sistema d’arma profondamente integrato in un ecosistema tecnologico controllato dal produttore, Lockheed Martin, e quindi indirettamente dal governo americano.
Il nodo centrale è il software di manutenzione e gestione logistica, oggi noto come ODIN. Questo sistema monitora costantemente ogni componente dell’aereo, ne analizza l’usura, pianifica gli interventi di manutenzione e invia dati dettagliati al produttore. In teoria, serve a garantire sicurezza ed efficienza. In pratica, rende l’aereo dipendente da una connessione regolare con i server statunitensi. Se tale connessione venisse interrotta per un periodo prolungato – si parla di circa novanta giorni – l’operatività del velivolo verrebbe seriamente compromessa. Non perché qualcuno “lo spegne”, ma perché senza aggiornamenti, autorizzazioni software e supporto logistico, l’aereo non può essere mantenuto in condizioni di volo.

Per un Paese come la Svizzera, che fonda la propria politica di difesa sulla neutralità e sull’autonomia decisionale, questa dipendenza solleva interrogativi profondi. Acquistare un F-35 significa accettare che una parte cruciale della catena di comando, almeno sul piano tecnico, non sia pienamente sotto controllo nazionale. I dati di utilizzo, le ore di volo, le modalità operative vengono comunicati al produttore americano. È un livello di trasparenza forzata che, in ambito militare, equivale a una cessione parziale di sovranità.
Non a caso, in diversi Paesi europei il dibattito si è riacceso. La Turchia è stata esclusa dal programma F-35 e ha ormai preso atto di non poter rientrare, orientandosi verso altri velivoli. In Portogallo e in Svizzera stessa si parla apertamente di un possibile ripensamento, anche se per chi ha già firmato i contratti l’uscita dal programma appare estremamente difficile, se non quasi impossibile. Tuttavia, la sola minaccia di cambiare aereo può diventare uno strumento di pressione nei confronti di Lockheed Martin, come dimostra il caso di Israele, che ha ottenuto maggiori margini di autonomia sui propri F-35, inclusa una gestione più indipendente di alcuni sottosistemi e della manutenzione.
Il confronto con alternative non americane – dal Rafale francese all’Eurofighter europeo, fino ai caccia russi come il Sukhoi Su-57, spesso evocato nel dibattito mediatico – va letto in questa chiave. Non si tratta solo di prestazioni o di costi, ma di controllo politico e strategico. Un aereo da combattimento non è un semplice mezzo tecnologico: è una proiezione della volontà sovrana di uno Stato. Se quella volontà può essere condizionata, anche indirettamente, da un alleato straniero, la questione smette di essere tecnica e diventa esistenziale per la difesa nazionale.
Nel caso svizzero, il rischio non è tanto quello di vedere gli F-35 improvvisamente bloccati da Washington per capriccio politico, quanto quello di trovarsi, in una situazione di crisi o di divergenza diplomatica, con uno strumento militare formalmente di proprietà nazionale ma di fatto vincolato a decisioni, infrastrutture e autorizzazioni esterne. È questa “dipendenza silenziosa” che oggi preoccupa una parte crescente dell’opinione pubblica e degli esperti.

Il dibattito sugli F-35 svizzeri, dunque, va ben oltre la scelta di un aereo. Tocca il cuore della sovranità tecnologica, della neutralità armata e del rapporto asimmetrico tra Europa e Stati Uniti. E pone una domanda che resta aperta: in un mondo sempre più instabile, è prudente affidare la propria difesa a un sistema che, per funzionare, deve restare costantemente collegato a un altro Stato?