Ci sono libri che non cercano il clamore, né l’effetto. Libri che non vogliono spiegare il mondo, ma restare accanto a ciò che nel mondo è fragile, ferito, silenzioso. Archeologia del futuro. Tra umanità, carne e respiro di don Sergio Carettoni appartiene a questa categoria rara. È un romanzo che non nasce per convincere, ma per custodire. Il desiderio dell’autore è offrire cittadinanza a ciò che spesso resta senza voce: le vite che continuano a funzionare mentre dentro qualcosa si è già spento.
Don Sergio Carettoni è sacerdote presso la Clinica Moncucco di Lugano, dove si occupa dei ministeri pastorali. Il suo sguardo nasce ogni giorno dal contatto diretto con la sofferenza reale, quella che non fa rumore e non si presta a narrazioni eroiche. È lo sguardo di chi accompagna, ascolta, resta. Questo romanzo pastorale – secondo capitolo di un percorso più ampio – porta nella scrittura la stessa postura: discreta, incarnata, profondamente umana.
Al centro del libro c’è una piccola comunità che si raccoglie attorno all’associazione “Archeologia del futuro” e alla figura di don Ulisse. Non una comunità ideale, ma imperfetta, fatta di tentativi, di mani tese che talvolta vengono accolte e talvolta rifiutate. Qui trovano spazio i “morti dimenticati”: persone che non chiedono soluzioni rapide né redenzioni facili, ma soltanto di non essere archiviate come fallimenti privati o come scarti inevitabili del sistema. Il romanzo non li giudica, non li salva a tutti i costi, non li trasforma in simboli. Li chiama per nome, li accompagna fino al punto in cui ciascuno è disposto ad arrivare.

La forza del libro sta proprio qui: nel rispetto radicale della libertà dell’altro. Ogni incontro ha il suo epilogo, che può essere di speranza o di smarrimento. Anche il fallimento viene raccontato senza moralismi, quando il dolore sceglie di restare solo e una mano tesa non viene presa. Nulla viene cancellato, nulla viene edulcorato. Tutto viene custodito nella memoria: le ferite, i passi avanti e quelli mancati, i nomi che altrimenti andrebbero perduti.
In questo senso, Archeologia del futuro è un romanzo profondamente teologico senza mai diventare didascalico. La fede non è spiegata, ma vissuta; non è proclamata, ma affidata. Tutti, senza possesso, vengono consegnati a Colui che ama per primo ogni singola persona. È una fede che passa attraverso la carne e il respiro, attraverso la prossimità concreta, attraverso la pazienza dell’attesa.
Il romanzo si rivela così uno strumento privilegiato per parlare di fede al cuore delle persone. Non attraverso concetti astratti, ma mediante storie. Non imponendo un linguaggio religioso, ma lasciando che la fede emerga come possibilità, come presenza discreta che accompagna anche quando non risolve. È una scrittura che sa che il Vangelo, prima di essere annunciato, deve essere abitato.
Il libro si chiude con un invito silenzioso al lettore: diventare a sua volta presenza di prossimità per chi è “morto” ma ancora in vita. Un collega, un vicino, un familiare, uno sconosciuto. E per chi non c’è più, imparare a custodire la memoria come si custodisce un giardino. Un’immagine semplice e potentissima, come il glicine che profuma da lontano prima ancora di essere visto sul muro della Parrocchia Emmaus: segno che qualcosa di vivo continua a fiorire, anche quando sembra nascosto.
Archeologia del futuro non è un libro da consumare in fretta. È un libro da abitare. Come si abita una presenza, come si resta accanto a una ferita, come si impara – lentamente – a credere che anche ciò che appare perduto possa ancora essere custodito.
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