Dopo la crisi della teoria documentaria classica di Wellhausen, emersa nel corso del XX secolo a causa delle sue troppe ipotesi non verificabili e delle difficoltà nel ricostruire documenti continui e coerenti, la ricerca sul Pentateuco non abbandona l’analisi storica, ma cambia profondamente paradigma. Nasce così quella che viene chiamata teoria dei supplementi o, più in generale, una costellazione di modelli “post-documentari”, nei quali il Pentateuco non è più visto come la giustapposizione di grandi documenti paralleli, bensì come il risultato di una crescita progressiva del testo, attraverso ampliamenti, reinterpretazioni e riletture teologiche successive.
Il punto di partenza di queste teorie è il riconoscimento che il Pentateuco possiede una struttura narrativa relativamente unitaria, soprattutto nei racconti che vanno dai patriarchi all’esodo. Piuttosto che immaginare quattro grandi fonti indipendenti (J, E, D, P) fuse insieme da un redattore finale, molti studiosi iniziano a ipotizzare l’esistenza di un nucleo narrativo di base, ampliato nel tempo da strati successivi che ne hanno arricchito il significato teologico e cultuale. La Scrittura appare così come una tradizione viva, in costante dialogo con la storia del popolo.

In questo contesto si colloca il contributo decisivo di Gerhard von Rad. Von Rad non è propriamente un teorico dei “supplementi” in senso tecnico, ma il suo lavoro segna una svolta radicale. Egli sposta l’attenzione dalle fonti scritte alla tradizione orale e confessionale. Secondo von Rad, al cuore del Pentateuco non vi sono documenti, ma brevi professioni di fede storica, come quella di Deuteronomio 26,5-9 (“Mio padre era un Arameo errante…”), che riassumono l’agire salvifico di Dio nella storia. Queste formule kerygmatiche sarebbero state progressivamente sviluppate, ampliate e attualizzate in racconti sempre più articolati. La teologia precede la letteratura: non è il testo a generare la fede, ma la fede a generare il testo. In questo senso, von Rad apre la strada a una comprensione dinamica del Pentateuco, come interpretazione continua degli eventi fondatori.

Su questa linea, ma con maggiore rigore critico, si muove Rolf Rendtorff, figura chiave del superamento definitivo del modello JEDP. Rendtorff contesta l’esistenza stessa di documenti continui come J ed E. A suo giudizio, ciò che Wellhausen chiamava “fonti” sono in realtà complessi tematici indipendenti, come le tradizioni sui patriarchi, l’esodo, il Sinai, il deserto. Questi blocchi narrativi avrebbero avuto una vita autonoma per lungo tempo, prima di essere collegati tra loro. La formazione del Pentateuco avviene quindi per accostamento e collegamento progressivo di tradizioni, non per fusione di documenti paralleli. Rendtorff insiste inoltre sul ruolo dei redattori, che non sono meri compilatori, ma veri teologi, capaci di dare unità e senso al materiale ricevuto.
Accanto a Rendtorff si colloca Erhard Blum (spesso associato a questa corrente), ma già prima di lui Hans-Heinrich Schmid aveva messo in discussione il cuore della teoria documentaria. Schmid sostiene che il cosiddetto Jahvista non sia un documento arcaico dell’epoca monarchica, ma una costruzione letteraria tardiva, probabilmente post-esilica. Il racconto delle origini e dei patriarchi non rifletterebbe una religione primitiva, bensì una riflessione teologica matura, che rilegge il passato alla luce dell’esilio e della crisi nazionale. Questo implica che la narrazione biblica non cresce dal semplice al complesso, come pensava Wellhausen, ma spesso procede in senso inverso: dal teologicamente alto alla narrazione storica.
In un orizzonte affine si inserisce John Van Seters, che recupera in modo originale la nozione di “supplemento”. Van Seters rifiuta sia la teoria documentaria classica sia l’idea di grandi tradizioni orali preletterarie. Egli propone un modello in cui un autore-redattore, da lui identificato come Jahvista, scrive un’opera storica relativamente unitaria in epoca esilica, supplementando tradizioni più antiche, soprattutto di tipo deuteronomistico. In questo schema non esistono J ed E come documenti separati: esiste una narrazione di base, continuamente ampliata e reinterpretata da autori successivi. Il sacerdozio (P) non sarebbe una fonte parallela, ma un ulteriore strato redazionale che rilegge e integra il materiale precedente.
La cosiddetta teoria DJP, talvolta associata a Van Seters, riflette proprio questo mutamento: il Deuteronomio come nucleo teologico-storico, il Jahvista come autore supplementare, e il materiale sacerdotale come fase interpretativa finale. Il Pentateuco non nasce quindi dalla fusione di quattro grandi documenti, ma da una storia letteraria complessa, fatta di riscritture, ampliamenti e riletture teologiche successive.
Nel complesso, la teoria dei supplementi segna un passaggio decisivo nello studio del Pentateuco. La Bibbia non appare più come un puzzle di fonti anonime, ma come il risultato di una lunga fedeltà interpretativa: ogni generazione rilegge il passato per comprendere il presente alla luce della fede. È un modello che, pur restando storico-critico, recupera la dimensione teologica e narrativa del testo, e che ha aperto la strada a letture canoniche e teologiche più attente all’unità finale della Scrittura.
Liliane Tami