Nel cuore di Roma, la folla acclama un nome che risuona come un tuono: Cesare!
Il conquistatore delle Gallie, il vincitore dei nemici della Repubblica, rientra trionfante nella città eterna. Il suo sguardo è fiero, la sua fronte incoronata dalla gloria. Ma dietro i sorrisi del popolo si agitano ombre antiche: l’invidia, il timore, l’amore per la libertà.
Laddove un uomo diventa più grande di Roma stessa, Roma comincia a tremare.
Tra i senatori cresce il sospetto che Cesare voglia farsi re. Cassio, lingua di serpente e cuore inquieto, sussurra il veleno della paura all’orecchio di Bruto, l’uomo più giusto di Roma, amico fedele di Cesare e figlio adottivo dell’antica virtù repubblicana.
Bruto lotta con se stesso come un gladiatore nell’arena del proprio spirito: amore contro dovere, pietà contro principio.
Infine, sceglie Roma.
E con questa scelta, condanna se stesso.
Viene l’alba delle Idi di marzo.
La moglie di Cesare, Calpurnia, ha sognato statue che stillano sangue, presagi di sventura. Ma Cesare ride dei segni del destino: “I codardi muoiono molte volte prima della loro morte; i valorosi assaggiano la morte una volta sola.”
Ignora l’indovino, ignora l’amore di sua moglie, e sale al Campidoglio come un dio che non teme uomini né dei.

Là, tra i senatori, si consuma il tradimento.
Uno dopo l’altro, i pugnali fendono l’aria e il corpo del conquistatore. E quando Cesare vede Bruto tra gli assassini, il suo cuore si spezza più delle sue ferite:
“Tu quoque, Brute? Allora muori, Cesare.”
E cade, ai piedi della statua di Pompeo, bagnando di sangue la pietra del potere.
Il silenzio dura un battito d’eternità. Poi, nel foro, Marco Antonio prende la parola.
Il suo discorso è un incendio che inizia come una scintilla: “Bruto è un uomo d’onore.” Così dice, ma ogni volta che lo ripete, le parole cambiano volto.
Mostra la veste insanguinata di Cesare, legge il testamento che dona al popolo oro e giardini, e Roma esplode in furia.
Il fuoco della vendetta divampa: i congiurati fuggono, e la città che volevano salvare si tinge di guerra.
Nei campi di Filippi, i destini si compiono. Cassio, travolto dall’inganno della sorte, si trafigge con la sua stessa spada. Bruto combatte come un leone, poi, vedendo perduta la libertà per cui ha ucciso, sceglie la morte.
Muore come aveva vissuto: nobile, ma sconfitto dal proprio ideale.
Quando Antonio trova il suo corpo, non parla con rabbia, ma con reverenza:
“Questo era l’uomo più nobile di tutti. Gli altri uccisero Cesare per invidia; lui lo fece per amore di Roma.”
Così termina la tragedia di Giulio Cesare:
non con la caduta di un tiranno, ma con la disfatta degli uomini che tentarono di piegare il destino.
E da quel sangue, versato per la Repubblica, nascerà l’Impero che porterà il nome di colui che morirono per fermare.