25 gennaio – Da un lato si è svolta la marcia silenziosa organizzata da Silent Walk Switzerland, regolarmente autorizzata. Un corteo composto, senza slogan urlati, con cartelli contro l’antisemitismo e contro ogni forma di totalitarismo. Accanto alle bandiere israeliane comparivano anche bandiere iraniane dell’opposizione al regime di Teheran, segno che la protesta non era rivolta soltanto alla difesa di Israele, ma più in generale contro le dittature e contro l’odio ideologico. Il messaggio centrale era chiaro: condanna dell’antisemitismo, solidarietà alle vittime del terrorismo e rifiuto di una narrazione che giustifica la violenza in nome della politica.
Parallelamente, e senza autorizzazione ufficiale, si è formato un secondo corteo in risposta al primo, apertamente schierato in chiave filo-palestinese e antisionista. Lo slogan principale – «Allerta antisionista, nessuno spazio per chi difende il genocidio» – esprimeva una volontà di contrapposizione diretta, tanto che l’invito pubblico era esplicito: «Contrastiamo Silent Walk». In questo caso il tono era più militante, più ideologico, e il messaggio si concentrava sulla denuncia delle azioni del governo israeliano a Gaza, lette come crimini contro il popolo palestinese.

I due gruppi non si sono mai incontrati fisicamente: un cordone di polizia ha mantenuto la distanza e ha evitato contatti diretti, prevenendo tensioni che avrebbero potuto degenerare. L’ordine pubblico è stato garantito, ma la presenza massiccia delle forze dell’ordine ha reso evidente quanto il clima fosse delicato.
Quello che si è visto a Lugano non è stato solo un confronto tra due cortei, ma tra due visioni del mondo. Da una parte chi teme che la critica a Israele stia diventando un nuovo volto dell’antisemitismo e difende il diritto di esistere dello Stato ebraico insieme alla lotta contro le dittature islamiste. Dall’altra chi vede nella causa palestinese il simbolo di un popolo oppresso e interpreta ogni gesto pro-Israele come una legittimazione della guerra.
In mezzo, una città svizzera che si è ritrovata, per qualche ora, a essere un microcosmo del conflitto globale: bandiere, slogan, silenzi e polizia a separare due narrazioni inconciliabili. Un episodio che mostra quanto la guerra non resti confinata ai territori in cui si combatte, ma si riversi nelle piazze europee sotto forma di identità contrapposte, paure e accuse reciproche.
Lugano ha assistito così non solo a due manifestazioni, ma a un segno dei tempi: la difficoltà crescente di distinguere tra legittima critica politica, propaganda ideologica e odio etnico o religioso. E il rischio che anche la protesta, nata per chiedere giustizia, si trasformi in un nuovo fronte di divisione.