Di Fabio Cavallari

Ci hanno insegnato che spiegare è educazione. Che chiarire è rispetto. Che rendere tutto comprensibile è una forma di attenzione verso l’altro. In molti casi è vero. Ma non sempre. E oggi sempre meno.

C’è una richiesta di spiegazione che non nasce dal desiderio di capire, ma dal bisogno di non esporsi. Non è una domanda. È una protezione. Arriva quando qualcosa incrina un equilibrio, quando una parola costringe a spostarsi, quando una frase non si lascia collocare subito dentro uno schema noto. In quei casi, chiedere spiegazioni serve a fermare il movimento.

Succede nella scuola, quando l’alunno non chiede perché è curioso, ma perché vuole sapere “cosa devo dire per essere giusto”. Succede nel lavoro, quando una decisione viene spiegata non per essere compresa, ma per essere resa incontestabile. Succede nella politica, quando il chiarimento non apre un confronto, ma chiude il conflitto prima ancora che emerga.

La spiegazione, in questi casi, non accompagna. Normalizza. Serve a riportare ciò che disturba dentro un perimetro sicuro. Non a capire meglio, ma a evitare che qualcosa lavori troppo a lungo dentro di noi.

È una dinamica sottile, perché si presenta come buona educazione. Nessuno può dichiararsi contro la chiarezza. Nessuno può dire apertamente di voler restare nell’ambiguità. Eppure, una lingua che non tollera l’ambiguità è una lingua che non tollera più la complessità dell’esperienza umana.

Capire davvero, infatti, ha un costo. Significa perdere una posizione precedente, rinunciare a una sicurezza, accettare che qualcosa non torni subito. Non tutti sono disposti a pagare questo prezzo. Così la richiesta di spiegazione diventa un modo per restare fermi, pur dando l’impressione di partecipare.

Lo si vede bene quando la spiegazione viene pretesa come diritto immediato. “Non si capisce”, si dice. Ma spesso non è vero che non si capisce. È che non si vuole ancora stare in quella frase, in quella posizione scomoda, in quel tempo sospeso che precede la comprensione.

C’è una fretta di arrivare alla conclusione, alla morale, alla sintesi. Come se il tempo dell’ascolto fosse uno spreco. Come se non capire subito fosse una colpa. In realtà è proprio lì che avviene il lavoro più serio: nel sostare, nel rileggere, nel lasciare che qualcosa si depositi senza essere subito risolto.

Una lingua continuamente spiegata perde forza. Diventa addestrata. Impara a non ferire, a non interrompere, a non creare attrito. E una parola che non ferisce mai, che non incrina mai, che non mette mai in pausa, finisce per non incontrare più nessuno.

Non si tratta di difendere l’oscurità o il linguaggio volutamente incomprensibile. Si tratta di difendere uno spazio di responsabilità. Un luogo in cui chi ascolta non viene protetto da ogni fatica e chi parla non è obbligato a rendere innocua ogni parola prima ancora di pronunciarla.

Forse dovremmo tornare a distinguere. Tra spiegare per accompagnare e spiegare per difendersi. Tra chiarire per aprire e chiarire per chiudere. Tra il rispetto per l’altro e la paura di esporsi davvero.

Perché una società che chiede spiegazioni continue non è necessariamente una società più consapevole. A volte è solo una società che ha imparato molto bene a non spostarsi.