Il “soviet” di Borradori – di Carlo Curti

Pubblichiamo con piacere questo originale articolo del nostro fedele collaboratore Carlo Curti. Ci sia consentita un’osservazione. Imputare al direttore del dipartimento del Territorio la (imponente) cementificazione dello stesso – quando Dio Onnipotente in persona non avrebbe potuto farci nulla – suona alquanto… ingeneroso. Beninteso il Grande Architetto (che non è, in questo specifico caso, il dio dei Massoni, almeno credo) ha ogni diritto di dire la sua.


Lo so, sembra incredibile ma questo dice la realtà senza i fronzoli del politichese. Lugano è passata dalla monarchia costituzionale di Giorgio Giudici al centralismo democratico di Marco Borradori; e ciò senza uno straccio di sommossa, tumulto di piazza o tentativo d’assalto a Palazzo Civico ma semplicemente svettando lo scorso aprile sui consensi distribuiti dal 54% dei votanti ai candidati per il Municipio.

Politico di razza, cioè uno che anche se ce l’hai davanti devi sempre pararti il culo, ha disarcionato il vecchio condottiero del liberalismo luganese con l’aiuto postumo del suo “presidente a vita” che probabilmente si starà ancora girando nell’urna (funeraria). Tutto maledettamente in regola quindi, a riprova che i cittadini contano (quando devono votare) e la democrazia funziona nonostante le sue ricorrenti, molteplici imperfezioni.

A Marco si predice un futuro smagliante e fantasmagorico, dentro e fuori la sua “grande Lugano”, anche se il buon senso imporrebbe perlomeno qualche interrogativo. Dal 2 aprile 1995 ha diretto il Dipartimento del Territorio, responsabile della gestione, pianificazione e sviluppo dell’area cantonale. Bene! Da Bellinzona in giù il Ticino è un blocco di cemento con qualche fessura di assestamento da cui stenta a crescere un po’ di verde. Lugano è da tempo campo di battaglia per le tutte le meditazioni impegnate di architetti della domenica, il rumore, le polveri fini e il monossido di carbonio sono diventati compagni irrinunciabili per ogni cittadino che si rispetti. Quando alla fine del secolo scorso si pianificava il Ticino del terzo millennio, Marco c’era o no? E se c’era, dormiva? Pardon! Sonnecchiava?

Ora, a cento giorni dall’insediamento, tuona ai media e ai suoi ministri che tutti i membri della squadra devono remare nella stessa direzione, anche se messi in minoranza. Complimenti, signor sindaco, aver rispolverato il “centralismo democratico” nel suo significato essenziale, come il più grande fra i segretari generali dell’epoca sovietica, da lei difficilmente ce lo saremmo aspettato. Come si debba sentire la signora che occupa il seggiolino socialdemocratico in Municipio (e con lei l’alleanza progressista che dovrebbe sostenerla) ve lo lascio immaginare.

Disquisendo poi sui chi ascoltare e chi no, Marco torna alla tradizione liberista, assegnando la preferenza ai personaggi che contano, ai vip del Cantone, quelli che fanno immagine e girare l’economia con ogni mezzo, anche se talvolta possono suscitare perplessità. Così una tiratina d’orecchi la riserva al maestro degli architetti nostrani per averlo infastidito con dichiarazioni alla ‘Nzz’ sul disastro territoriale ticinese “avvenuto nel pieno rispetto (e questa è un’aggravante) di tutte le leggi e le norme di attuazione”. Intendiamoci, non perché abbia detto una bischerata ma perché crea sospetto e timori oltre Gottardo. Capito? Insomma se proprio i panni sporchi bisogna lavarli, laviamoli in casa e buonanotte.

Certo signor sindaco: Avanti così che di panettoni ne mangerà a decine (tanto per usare un gergo sportivo), almeno finché nel Cantone dei Balocchi avrà la meglio il concetto del “lavoro prima di tutto, a qualsiasi condizione”.

Carlo Curti, Lugano