Cronache di tempi recenti subito dimenticati – di Gianfranco Soldati

In compagnia di Gianfranco Soldati – che, ricordo, è stato granconsigliere del PPD – torniamo indietro di 22 anni. Tempi lontani? Non troppo, direi e, soprattutto, certe questioni conservano una grande attualità. Su numerosi temi Gianfranco ed io andiamo molto d’accordo. Al PLR mi rivolgerei così: “Che cosa vi costava lasciare che i delegati votassero liberamente sull’iniziativa? Il partito non avrebbe forse evitato una brutta figura?” Laddove, sia chiaro, la brutta figura non è causata dal NO ma dalla costrizione. (Ho sentito personalmente esponenti del partito affermare che “almeno il 40-50% dei delegati”, nel segreto dell’urna, hanno votato SÌ). [fdm] 


Il verdetto unanime del Comitato cantonale PLR prima della votazione del 9 febbraio 2014, avverso all’iniziativa UDC contro l’immigrazione di massa, meriterebbe di passare alla storia come esempio di improvvida (è un eufemismo per controproducente) dabbenaggine politica. Mi ha subito ricordato il Congresso PPD del 1992 a proposito dell’adesione allo SEE in votazione popolare il 6.12.1992. A quell’evento avevo dedicato una serie di articoli sul “Popolo e Libertà”. Ne ripropongo uno (“Voglia di rinnovamento nel PPD?”), consigliandone la lettura (mi si perdoni l’immodestia) a tutti i membri dei comitati cantonali dei partiti cosiddetti “borghesi”, PLR, PPD e anche UDC.

 

“Faccio parte di quel migliaio di fortunati delegati, esponenti e simpatizzanti ppd che hanno potuto, il 14 novembre 1992, partecipare al Congresso di Giornico, quello in cui il popolo popolar-democratico venne compiutamente informato sullo Spazio Economico Europeo, al fine di permettergli, invece del temuto voto viscerale, un voto con cognizione di causa. Il congresso fu un trionfo dei fautori dell’adesione allo SEE, fautori che giustamente se ne rallegrarono assai. Tutti i congressi del PPD, del resto, da parecchi anni in qua sono trionfali. Ma per gli sconfitti di Giornico, infima minoranza congressuale tra la quale mi colloco, ma pur sempre fedelissimi del PPD, una delusione. Agli occhi di molti di loro, ed ai miei in particolare, si trattò, come già ebbi modo di dire più volte al nostro presidente, di una prevaricazione di una parte sull’altra. Facciamo i conti: 6 oratori ufficiali: 5 ppd, Ratti, Colombo e tre alti rappresentanti del partito, tutti favorevoli. 1 contrario, radicale, di lingua madre tedesca (Bonny). Suddivisione del congresso in tre gruppi di lavoro, intesi a chiarire le problematiche istituzionali, sociali ed economiche che l’adesione avrebbe comportato. Direzione dei gruppi di lavoro affidata a tre alti esponenti del partito, tutti accesamente favorevoli all’adesione, coadiuvati da tre funzionari bernesi dell’Ufficio federale dell’integrazione europea, delegati ad hoc dal Consiglio federale. Durante i lavori ci si attendevano solo domande e risposte di natura tecnico-legislativa: si udirono invece vere e proprie concioni in favore, tollerate da presidenti cui conveniva così. Se qualcuno desiderasse o dubitasse, citerò nomi e cognomi.

Le relazioni al plenum sui lavori dei tre gruppi furono svolte da tre incaricati (segretario, ex presidente e capogruppo in Gran Consiglio) tutti favorevoli all’adesione. Poi seguirono i liberi dibattiti di fronte ad un’assemblea congressuale che stava digerendo il banchetto dopo un’orgia di discorsi. Parlarono, ognuno per 3 o 4 minuti, 5 favorevoli e 5 contrari.

Si giunse infine al voto conclusivo. Alessandro Lepori chiese il voto segreto, che il presidente avrebbe dovuto concedere senza battere ciglio, per il dovuto rispetto alla democrazia. E non mi si adduca la scusa della mancanza di tempo, chè il tempo non mancava e comunque andava previsto per un voto di quell’importanza. Il presidente chiese invece il parere dei delegati: pollice verso. I congressisti possono sovranamente decidere quel che vogliono, nel PPD come altrove, ma anche i sassi e gli sciocchi sanno che non vi è nulla di meno democratico di un voto aperto: forma di voto questa utile solo a chi vuole prevaricare. Le urne, che non permettono il voto aperto, hanno poi risposto il 6 dicembre, anche a nome della maggioranza vera del PPD.

So che molti intervenuti hanno invece trovato meraviglioso ed altamente democratico il congresso di Giornico, che voleva, ma solo in apparenza, lasciare ad una larga base decisioni solitamente riservate alle alte sfere partitiche. Ma molti altri non la pensano così. Era quindi lecito che si ponesse in discussione, nelle opportune sedi, il modo di procedere adottato in quel congresso. Avevo già protestato a Giornico, con la rumorosa disapprovazione di parte dei fautori dell’adesione: mi aspettavo che, nella prima direttiva successiva al voto popolare, se ne discutesse. Visto l’ordine del giorno, richiesi telefonicamente al segretario cantonale l’inserzione, per la direttiva di inizio gennaio 1993, di un’apposita trattanda. Su mia precisa richiesta il segretario disse che una richiesta formale e scritta era superflua: la telefonata bastava. Seppi poi che il presidente aveva ritenuto “inopportuno” l’inserimento nell’ordine del giorno. Capisco facilmente il perché. A mie rimostranze telefoniche del 18 gennaio il presidente ha risposto che se ne sarebbe ugualmente discusso, in quella direttiva, alle eventuali. Certo, presidente, i problemi reali discutiamoli sempre alle eventuali, tra le undici e mezzanotte, quando tutti sono stanchi e la metà dei presenti è già in viaggio verso casa. Ma se il partito continua così, nessuno mi impedisce di pensare che malgrado tutto l’evidente ed innegabile impegno personale del nuovo presidente non si riuscirà ad invertire la tendenza negativa. Sarò una (facile) Cassandra, ma il guaio è che come me la pensano in molti, per il partito sicuramente troppi, e purtroppo anche le urne.

Gli esponenti del partito, al congresso di Giornico e nei numerosissimi dibattiti autunnali, si sono buttati a corpo morto per la causa dello SEE. Penso in particolare al presidente Caccia ed al consigliere nazionale Cotti, battutisi come leoni con la solidità degli argomenti e la lucidità dell’intelletto da tutti riconosciute. A parte le altre sciagure che ci aspettano, dopo il disastro del 6 dicembre, smentite peraltro nettamente dalla borsa, che in questo campo è un barometro infallibile, e dall’ingente afflusso di capitali esteri, dotati sempre del fiuto che conviene, i due eminenti oratori ci hanno continuamente prospettato una certezza: in caso di mancata adesione le trattative bilaterali con la CE o con Stati membri non sarebbero più state possibili. Tassativamente, assolutamente escluse.

Adesso il Consiglio federale mantiene la domanda di adesione alla CE (la verità viene sempre a galla), ma afferma anche la sua intenzione di avviare trattative bilaterali. Per la Swissair, che ci si prospettava in pericolo mortale ma che invece sopravviverà meglio di altre compagnie europee, si sta già trattando, per traffico e transiti si tratterà tra poco, e stamane (18 gennaio) leggo sul C d T che la Spagna invierà una delegazione a Berna per dare inizio a trattative economiche bilaterali!!

Chi è che ci raccontava … frottole?

Ma vi è di più. Molte sezioni del partito, sicuramente bene intenzionate ed in buona fede, hanno organizzato serate a cui erano invitati solo oratori favorevoli all’adesione. Ricordo un dibattito cui parteciparono, in stranissimo connubio, gli on. Caccia e Carobbio, e mi si dice che non fu unico. Queste organizzazioni erano per lo più devolute alle Donne ppd. La loro presidente cantonale, ad una mia rimostranza, rispose che non si trattava di dibattiti, ma di semplici serate informative, in cui bisognava rendere edotte le donne dei grandi vantaggi che lo SEE avrebbe loro apportato. Superflua quindi la presenza di oratori contrari all’adesione.

Certo, le nostre donne si rendono conto da sole, malgrado gli imbonimenti, se stanno meglio o peggio delle donne della CE, poniamo delle portoghesi o delle italiane, e lo hanno dimostrato il 6 dicembre. Ma rimane il fatto incontrovertibile e grave che molte donne ppd non si riconoscono più in un partito che procede con simili furberie.

Quello di Giornico non è stato il congresso del PPD, ma il congresso della parte del PPD favorevole all’adesione allo SEE, degna del massimo rispetto, ma pur sempre minoranza del partito, come hanno dimostrato le urne il 6 dicembre. Sono cose che avrei voluto discutere in direttiva, se mi si fosse data l’occasione per farlo. Le discuto adesso sul giornale, conscio del fatto che l’impatto sull’immagine partitica sarà differente. Comunque, sarebbe ora che i dirigenti (ed è un discorso che non vale solo per i nostri) si rendessero conto di una tendenza ormai in atto da tempo: nel mondo deformato e deformante dell’informazione moderna prende sempre più importanza quella che vorrei definire come “legge della controproducenza”. La gente diventa sempre più diffidente; se la chiarezza e l’onestà intellettuale sono solo finte, come è accaduto a Giornico, gli effetti sono il contrario di quelli sperati. Gli eccessi, di zelo come di parzialità, si pagano. E l’eventuale buona fede non è un’attenuante.

I partiti tradizionali sono in crisi, e possono contare sempre meno sulle proprie posizioni di potere e sul galoppinaggio (spregio e sfregio alla dignità della persona) per tenersi a galla. Cresce invece l’importanza degli appoggi che si ricevono e si perdono da parte di elettori che pensano e giudicano con la propria testa. Una dirigenza che non si rendesse perfettamente conto di questa evoluzione irreversibile condannerebbe il partito ad un ulteriore declino.”