Aylan e la manipolazione di massa – di Pio Eugenio Fontana

Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore

migrantiNel suo articolo Sciacalli senza cuore né testa, Fabio Pontiggia ha stigmatizzato duramente coloro che ritengono che la foto di Aylan, il bimbo siriano morto affogato in Turchia, sia stata scattata dopo aver accortamente riposizionato il corpicino, in modo da renderla più efficace, a livello mediatico, per influenzare l’opinione pubblica europea ed indurla ad accettare lo spalancamento delle frontiere ai migranti medio-orientali. Premesso che nessuno di noi sa veramente come sia stata presa quella foto, l’efficacia con cui è stata usata per compiere una delle più riuscite manipolazioni di massa degli ultimi decenni è fuori discussione. Tre sono le tesi sui cui la grancassa mediatica ha insistito di più.

Pio-E-Fontana-1-smTesi numero 1: Aylan è un eroe, simbolo della tragedia di chi fugge dalle guerre del mondo. Sbagliato. Eroe è chi si sacrifica volontariamente per un ideale o per il bene del prossimo. Aylan viveva in Turchia con suo padre ed il resto della famiglia. Dunque non fuggiva più dalla guerra. Pontiggia scrive che il padre, per il suo lavoro di manovale, riceveva uno stipendio «miserabile», di circa 450 euro al mese e che, cercando di emigrare clandestinamente in Europa, voleva garantire un futuro migliore ai suoi figli. Può darsi. Ma lo stipendio medio in Turchia è di 590 euro al mese (in Romania di 345,56, in Ungheria di 532.8 ed in Polonia di 634.49) e, con cifre simili, sono in milioni a viverci. Inoltre, la zia paterna del bambino, Teema Kurdi, ha spiegato alla televisione canadese (intervista in inglese, facilmente reperibile su You-tube) che il motivo per il quale il fratello, cui mandava regolarmente dei soldi, aveva deciso di trasferirsi in Europa con la famiglia è stato il suo desiderio di ricevere più facilmente delle costose cure dentarie. La misera fine di quel povero bimbo mi ha rattristato, certo, ma non più di quella di tanti altri bambini che ho visto morire in incidenti di ogni tipo, non raramente per colpa di genitori imprudenti. O di quella dei 14 bambini che, secondo l’UNICEF, muoiono nel mondo, ogni minuto, di fame, di malattie potenzialmente curabili e, ovviamente, di guerra. Soprattutto non la considero il simbolo della tragedia di chi fugge dalla guerra. Perché non lo è.

Tesi numero 2: abbiamo il dovere morale di accogliere chi fugge dalla guerra. Vero, ma solo in parte e con importanti distinguo. Nel 2014 le Nazioni Unite stimavano all’11,7% la percentuale di popolazione mondiale confrontata con la guerra, il che fa più di 850 milioni di persone. Dobbiamo dunque chiederci se, presentandosi tutte alle nostre frontiere, a tutte avremmo il dovere morale di garantire protezione, vitto ed alloggio. E per quale ragione ai Paesi che più hanno contributo a scatenare ed alimentare i conflitti che stanno straziando il Medio Oriente e parte dell’Africa (in particolare gli USA, l’Iran, l’Arabia Saudita ed il Qatar) concediamo così facilmente d’esimersi dall’intervenire a sostegno dei profughi. Una domanda che mi sembra a maggior ragione lecita in un momento in cui l’Europa, già preda di una crisi economica molto grave con tassi di disoccupazione e di povertà impressionanti, è negli ultimi anni oggetto di una vera e propria invasione da parte di milioni di migranti economici. Non fuggono dalle guerre, ma dalla fame e dalla miseria sì ed anche la fame e la miseria uccidono. Secondo le Nazioni Unite, nel 2014, le persone che non avevano da mangiare erano 795 milioni. Anche nei loro confronti, allora, abbiamo un preciso dovere d’accoglienza e d’aiuto. A meno di non ammettere, cosa che solo chi è «senza cuore» potrebbe fare, che un bimbo morto di fame è meno importante di uno affogato. Si tratta solo di definire sino a che punto deve spingersi il nostro dovere morale di accogliere chi fugge dalla guerra e dalla fame e se deve prevalere su quello di tutelare noi stessi, sino a spingerci all’autolesionismo.

Tesi numero 3: siamo ancora in grado di gestire l’arrivo e la permanenza di grandi masse di rifugiati. Pura illusione. Portatori di culture, costumi e religioni diversissime dalle nostre, essi hanno possibilità pressoché nulle di trovare un lavoro decente e d’integrarsi pacificamente e molto grandi di andare a pesare sui già esausti sistemi di previdenza sociale europei, se non ad alimentare il lavoro nero, l’industria del crimine e la minaccia jihadista. Quest’ultima, già gravissima, non potrà certo essere contenuta accogliendo in Europa svariati milioni di musulmani, in gran parte giovani maschi adulti, che, pur fuggendo dai loro correligionari di corrente avversa, non sono necessariamente degli estimatori della tradizione giudaico-cristiana su cui è basato il nostro concetto di civiltà, libertà e democrazia. La Svezia, che ha praticato per vari decenni una politica d’immigrazione molto generosa, costituisce senza dubbio un esperimento interessante. Nel 2014 il Dipartimento di polizia svedese ha ammesso di non avere più il controllo di 55 zone del Paese, le cosiddette «zone di esclusione», di fatto autogestite da gang di immigrati, spesso musulmani, che si sono sostituite con la violenza alle istituzioni dello Stato. Particolarmente grave è la situazione a Malmoe, la terza città svedese in ordine di grandezza, dove il 41% degli abitanti è d’origine straniera, in gran parte proveniente dal Medio Oriente, dall’Africa e dall’ex Iugoslavia. Per cambiare paese, in Gran Bretagna sono attivi, come alternativa al sistema di giustizia inglese per le cause civili, il Consiglio della Sharia islamica ed i tribunali arbitrali musulmani, presso cui i cittadini di fede musulmana, con il beneplacito della legge inglese, possono recarsi per risolvere le loro dispute secondo i dettami della «Islamic Sacred Law». Fenomeni simili sono, ovviamente, presenti anche in Francia, in Belgio, in Olanda, in Germania ed in Spagna. Non dico che sia necessariamente un male. Prendo semplicemente atto del fatto che in una parte importante d’Europa la legge non è più uguale per tutti.

Per queste e per tante altre buone ragioni che non mi è possibile riassumere, ribadisco il mio sconcerto e la mia preoccupazione per come la foto di un bambino condotto alla morte dall’imprudenza del padre sia stata utilizzata per manipolare emotivamente l’opinione pubblica e giustificare l’improvvisa apertura delle frontiere dell’UE all’immenso flusso di migranti che, diventati ormai tutti siriani, hanno deciso di stabilirsi da noi. Che cosa sarà poi di loro, e di noi, lo vedremo nei prossimi anni. Certo ci aspettano tempi duri. Molto duri.

Pio Eugenio Fontana