Una foto al confine, tra identità culturale e globalizzazione

Identità e glob xRöszke, al confine tra Serbia e Ungheria. Dopo giorni in un campo profughi, la notte del 28 agosto 2015 il reporter australiano Warren Richardson vede circa 200 persone che si avvicinano alla barriera di separazione tra i due Paesi. Tra queste, un uomo passa un neonato sotto il filo spinato. Non può usare flash o quelle persone verranno scoperte. Scatta, al chiarore della luna, una foto simbolo che il World press photo pochi giorni fa ha premiato come foto dell’anno. Il confine, i migranti, le barriere, i nazionalismi. L’altra faccia della globalizzazione.

Proprio in Svizzera, a Davos, lo scorso gennaio si è affrontato anche questo tema nell’ambito del World economic forum. Mario Draghi, presidente della Bce, ha affermato che l’emergenza profughi è non solo una sfida ma un’opportunità. Sono il terreno su cui si decide da che parte si vuole andare. Ci sono migrazioni che nascono come naturale conseguenza di un confine inteso come ponte tra una realtà e l’altra. Il mercato globale della finanza e dell’economia ha portato a una maggiore libertà e flessibilità nel mondo del lavoro, fenomeno che il Ticino conosce bene. Alla ricerca di un lavoro, non esistono più confini. D’altra parte ci sono migrazioni, ben più drammatiche, che nascono invece da un confine inteso come limite, separazione. Una barriera di filo spinato.

È l’effetto di una tensione, del nostro stare in balia di due forze opposte: globalizzazione e identità. Sostiene Amartya Sen, e non è il solo, che il processo di globalizzazione sia in atto da un millennio. Ma è dal Secondo dopoguerra, quando tutti i popoli si sono trovati davanti alla stessa immane tragedia e quando la tecnologia ha prodotto effetti incontrollabili, che si passa all’età postmoderna. Aerei, telefoni, fax, e soprattutto la rivoluzione della tecnologia informatica accorciano tempi e distanze e portano alla cosiddetta società in rete. Nata come interdipendenza economica e dunque dei mercati e della produzione, la globalizzazione si trasforma presto in una integrazione di beni e servizi, lavoro e capitale. E cultura.

Aumenta la velocità delle comunicazioni, circola un enorme flusso di informazioni così che anche Paesi rimasti per lungo tempo ai margini hanno la possibilità di crescere economicamente e di conoscere e condividere valori. Ma questa trasformazione, lungi dall’essere limpida, porta con sé una forte contraddizione. Lo prevedeva già nel 1962 Marshall McLuhan quando per la prima volta adottava l’espressione “villaggio globale”. In un’epoca in cui due parametri fondamentali per l’esistenza, spazio e tempo, si annullano, l’intero globo si trasforma in un villaggio. E se anche la cultura diventa globale, cosa accade dell’identità?

Ognuno di noi ha un nome, una lingua, una cultura. L’identità è ciò che ci distingue dall’altro e che crea il nostro senso, il nostro posto nel mondo. Allora viene da chiedersi se la globalizzazione ci faccia sentire a casa ovunque o a casa da nessuna parte. L’identità infatti non esiste di per sé, richiede sempre il riconoscimento da parte dell’altro. È positivo allora se le culture si integrano, ma cosa accade se una si impone sull’altra e questa non si sente riconosciuta? Le vicende dell’ex Jugoslavia sono un esempio delle tragedie che possono sorgere dalla tensione tra globalizzazione e identità.

L’identità è una richiesta di senso. Non è un regresso di fronte al progresso, è un naturale bisogno di appartenenza. La nostra esistenza non può prescindere dalla nostra storia, le tradizioni, la nostra cultura. Ecco perché ciò che tende a uniformare fa piuttosto emergere differenze, ciò che connette porta all’insorgere di affermazioni della propria identità. Nelle forme più diverse: dal femminismo al nazionalismo, dall’ambientalismo al fondamentalismo. Comprendere questa contraddizione culturale è oggi vitale per decidere quali direzioni deve seguire l’azione politica. Quale politica, sarebbe un’altra domanda. La nascita di organismi sovranazionali, quali Onu, Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, Unione europea, sono tentativi di governare i processi di globalizzazione ma rappresentano anche una riduzione della sovranità nazionale e, con essa, un ulteriore perdita di senso di appartenenza, di identità. Le richieste di carattere identitario che oggi in vario modo si esprimono non possono essere ignorate.

Globale sì, omologato no. Non potrà mai esistere una sola identità. E più si tenterà l’uniformazione (o peggio l’imposizione di una sola cultura) più le identità, sentendosi minacciate, verranno rivendicate. Al contrario, più il multiculturalismo verrà riconosciuto nel rispetto delle differenze e di una loro pari dignità, più le identità, sentendosi protette e valorizzate, saranno in grado di integrarsi. Il Ticino, terra dalla doppia identità, ha vissuto momenti di stagnazione culturale quando ha messo barriere e momenti di prorompente sviluppo quando ha aperto i suoi confini.
Viaggiare, scambiare, è scoprire il valore dell’altro vedendo riconosciuto il proprio. Conoscere nuove identità culturali senza rinunciare a un pezzo della propria. Superare i confini, muoversi liberamente realizzando che la differenza è un valore. Creare ponti, non barriere di filo spinato.

Alessandra Erriquez