Il dottor Soldati dubita del Pontiggia-pensiero

isis_1Il dottor Soldati e il direttore del Corriere del Ticino sono – come ben sanno coloro che sanno le cose – vecchi amici, sin dagli anni Ottanta. Lo stesso vale per chi scrive. I pensieri erano un tempo (a meno che la memoria non mi tradisca) vicinissimi; adesso un po’ meno. Forse per l’orrida asprezza dei tempi, probabilmente per i diversi percorsi di vita e le diverse funzioni assunte. 

Una frase come “l’Islam moderato dobbiamo averlo dalla nostra parte” è molto nobile ma al dottor Soldati è rimasta sul gozzo. Io stesso non la scriverei mai.

Certo, tra il misurato equilibrio pontiggiano e uno sconsiderato buonismo suicida intercorre un abisso. Come quel prelato (gli concediamo l’anonimato) che, mentre le vittime si ammollavano nel loro stesso sangue, esclamava rapito: “Dobbiamo dialogare con l’Isis!” 

“Sì, monsignore. Ma, per ogni evenienza, Lei sarebbe in grado di dialogare senza la testa?”

NOTA. È chiaro che una frase come: “L’idea di accogliere in casa i fedeli di una religione che genera gli assassini dei miei veri confratelli mi ripugna” sarà contestata, e forse esecrata, da molti. “Non è la religione che genera questi assassini!” esclameranno in coro.

Noi continuiamo a scrivere (dico Soldati, dico Pontiggia, dico De Maria) ma talvolta io sono invaso e sopraffatto da un senso di inutilità.

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Pontiggia 11aSul CdT del 24 marzo Fabio Pontiggia analizza con la consueta lucidità e il dovuto rigore logico la crisi di civiltà attualmente in atto tra Europa e Islamismo. Conclude stigmatizzando la rozza xenofobia populista e auspicando che si capisca che per vincere la battaglia contro il terrorismo di matrice islamica “l’Islam moderato dobbiamo averlo dalla nostra parte”. Un auspicio condivisibile a prima vista, se non fosse che un Islam moderato che si schiera dalla nostra parte, disposto a farsi integrare e a convivere in pace con noi, aiutandoci nella battaglia contro il radicalismo islamico, esiste solo nel mondo dei pii desideri. Abdeslam Salah, l’esecrabile e vile terrorista (è il primo kamikaze islamico, a mia conoscenza, ad aver avuto paura a premere il detonatore) ricercato dalle polizie di mezzo mondo ha trovato rifugio per 4 mesi tra 80’000 suoi “moderatissimi” correligionari di Molenbeek. Insomma, stiamo auspicando utopia.

soldatiAscolto e guardo moltissimi notiziari dei canali televisivi, tedeschi, francesi, italiani e svizzeri, tutti zuppa e pan bagnato, caratterizzati dal fatto di essere “politicamente corretti”, anzi correttissimi, cosa che dal punto di vista realistico corrisponde ad un perfetto ossequio alla propaganda della potenza egemone. La xenofobia viene demonizzata come anticamera del razzismo, mentre non è altro che una componente del normale istinto di conservazione, connaturato a tutti gli esseri umani (ma potrei sostituire l’”umani” con un “viventi e mobili”, perché anche un verme o un mollusco hanno un loro istinto di conservazione). I buonisti hanno il sopravvento, ascoltano il loro (autocertificato) buon cuore, vogliono accogliere e ancora accogliere, incuranti delle conseguenze. I quartieri oramai islamizzati di Bruxelles non fanno stato, i milioni di asilanti musulmani che la Signora Merkel vuole accogliere, anno dopo anno, e che noi ritroveremo, più prima che poi, in ghetti tipo Molenbeek, non contano. In Svizzera due dozzine di firmatori (lo so che si deve dire firmatari, ma questi sono di particolare rango e vanno distinti dai normali donatori di firme) di manifesti reclamano l’accoglienza di almeno 50’000 disperati attendati nell’acquitrino di Idomeni, l’abate di Einsiedeln (ri)proclama la fratellanza, la sorellanza e la necessità di dialogo, più per scaricarsi la coscienza, immagino, che per convincimento.

Marco Alloni, in una notevole “Opinione” sullo stesso CdT (“L’epoca del paradosso e il Medioriente”) accusa apertamente gli USA di essere causa o almeno concausa di peso della crisi del Nord Africa e, appunto, del Medioriente. Analizza i danni provocati dal loro atavico vizietto di mettere il naso negli affari interni degli altri e di non esitare ad aggredirli a seconda delle proprie convenienze. La crisi mediorientale si può risolvere solo lasciando la Siria ai siriani, la Libia ai libici e così via, scrive giustamente Alloni. Ma penso che per finire rimarrebbe il problema dei curdi, sparsi su territori iracheni, siriani e turchi e quello dei parenti-serpenti sunniti e sciiti. Facile prevedere che la fine del macello è più lontana che mai.

C’è una constatazione che si impone, per me inconfutabile: tutti questi musulmani in fuga dai loro paesi sanno benissimo chi devono ringraziare per le devastazioni subite dai loro paesi, dai quali sono costretti a fuggire: gli USA e i loro vassalli europei. Logico quindi che tutti, proprio tutti, senza neanche un’unica eccezione, nutrano sinceri sentimenti di un odio che esige vendetta, tremenda vendetta verso i responsabili della loro tragedia. Per moderati o anche agnostici che siano, posti di fronte alla scelta di denunciare i terroristi, braccio armato della loro vendetta, oppure di dar loro copertura nella misura del possibile, optano tutti per questa seconda alternativa. Ed è naturale che sia così.

Sentir parlare di fratellanza da parte dei cristiani quando nel mondo i cristiani (Lahore, proprio oggi, solo donne e bambini, che significa mamme e bambini, i cristiani del Pakistan di bambinaie non ne hanno) vengono brutalmente assassinati con giornaliera frequenza supera di gran lunga la mia capacità di comprensione e di accettazione. L’idea di accogliere in casa i fedeli di una religione che genera gli assassini dei miei veri confratelli mi ripugna. Contro l’aiuto generoso e anche generosissimo per ricostruire paesi della cui distruzione siamo, americani ed europei, svizzeri compresi, direttamente o indirettamente colpevoli, noi svizzeri molto indirettamente, non avrei nulla da obiettare. Da queste considerazioni consegue che il compito primo di dirigenti europei responsabili (ma non ne scorgo traccia) dovrebbe essere quello di tentare di convincere i loro (non miei) amici americani a smetterla con la politica delle aggressioni imbastite come “leading from behind” non appena sono colti dal dubbio che qualcuno possa voler ledere i loro interessi. Gli USA sono ricchi abbastanza per poterlo fare e vivere in pace godendo i benefici dei patrimoni già accumulati. Obama, in questo suo ultimo anno di presidenza, ha dato l’impressione di aver capito che anche una potenza egemone non può alla lunga continuare a tirarsi contro tutto il mondo e è andato a Cuba, stavo per scrivere a Canossa. La Clinton è invischiata fino al collo nella politica di aggressione del Pentagono, Trump possiamo solo sperare che se eletto si dimostri un secondo Donald… Reagan. Come potrebbe cavarsela con l’industria dell’armamento nel tentativo di convincerla a convertirsi in una mansueta industria non riesco ad immaginarlo. Ma adesso mi accorgo che sto divagando su una nube di pura utopia. Esattamente come i predicatori della fratellanza.

Gianfranco Soldati