Ippolito, l’amore più alto – negazione, punizione e repressione nel sublime sociale di Euripide

Quando amare è contro natura –  e non amare è… peccato

Il dissidio amore terreno/spirituale appartenne non già alla sacralità agostiniana o al medioevo stilnovista e petrarchesco, quanto piuttosto fu già insito nella cultura greca classica, come trasfigurazione della natura mortale cui l’uomo è indissolubilmente relegato, e contemplazione del divino, in eterna assimilazione con esso. All’uomo che anela al divino, in un mondo che non gli appartiene, nel quale domina la mondanità e la forza devastante delle passioni, la via del raggiungimento della comunanza divina in vita gli è preclusa, e l’unico accesso agli dei gli è pertanto concesso solo con la morte terrena. Poiché la morte, passaggio catartico e punitivo al tempo stesso, è sempiterno unico accesso dalla tempestosa vita terrena alla quieta deificazione, sincretistico anello tra classicità e cristianità.

Con l’Ippolito coronato Euripide ottenne una delle sue rare vittorie negli agoni tragici ateniesi, mettendo in scena l’amore proibito tra la regina Fedra per il figliastro del di lei marito, il giovane Ippolito.

Una triade perfetta di dei in un altrettanto asimmetrico specchio di uomini, i primi padroni impassibili del destino dei secondi. Artemide, la dea fanciulla e silvestre, emblema della purezza agonistica, incondizionato simbolo di giovinezza, Afrodite, la dea dell’amore seducente e devastante, regina incondizionata del ciclo indissolubile di Vita-Amore-Morte, Posidone, il dio del mare in tempesta, della forza incontrastata, della natura paurosa, punitore solerte senza indugio.

Divinità che non interferiscono mai tra loro, se non nel quadro perfetto di un destino ineluttabile pur voluto da ognuno di loro, destino al quale soccombono gli umani. E gli umani, non meno passionali degli dei, ma ai quali si appellano e dai quali sono dominati, in un altrettanto triangolo nel quale contrastano incesto e purezza, innocenza e menzogna, legati da un nodo, quel nodo che da e genera morte. Fedra si impicca, trascinando alla rovina l’innocente Ippolito.

fedra

Fedra – Cabanel, 1880

La trama, perfettamente strutturata in una dicotomia tra scritto e non scritto, detto e non detto, oralità sottoposta alla fiducia e tradita, silenzio relegato dalla sacralità di un giuramento, mortale, si articola in modo secondo cui le due vittime non arrivino mai a parlare tra loro, ma in modo che l’una distrutta, distrugga l’altro.
Afrodite, ingiuriata perché il casto Ippolito, figlio di un’Amazzone, rifugge l’amore e non la venera, fa sì che di lui s’innamori perdutamente la matrigna, sposa del di lui padre Teseo, Fedra, già vittima di una genealogia devastata da amori insani (quello della sorella Arianna, per il di lei attuale marito Teseo, che l’abbandonò, e quello della madre Pasifae per il toro padre del mostruoso minotauro, ucciso, per l’appunto, da Teseo.) Lontano è tuttavia il tempo delle avventure giovanili, l’ormai matura regina s’innamora pertanto di Ippolito, giovane orfico e vegetariano che ama, platonicamente, diremmo, Artemide, dea con la quale ha il privilegiato rapporto di dialogare pur non vedendola. Si apre così un ciclo di confessione-incomprensione-calunnia, da parte di l’uno e l’altra, che può terminare solo con la morte di entrambi.

la morte di Ippolito – Lawrence Alma Tadema, 1860

Fedra confessa alla nutrice di amare il ragazzo, la nutrice con perversa innocenza incita Ippolito ad accogliere l’amore della matrigna. Sdegnato, il giovane, che non può capire né accettare l’amore di una donna terrena, poiché il suo amore è solo per la dea Artemide, arriva a maledire tutta la stirpe femminile. Fedra ignora od è inconsapevole del giuramento, fatto in nome degli dei, secondo cui Ippolito si è relegato al silenzio di quella che per lui è la vergogna più grande. Pertanto, straziata dalla vergogna, s’impicca. Teseo accorre e trova la moglie morta, tra le sue mani pende una tavoletta, nella quale è iscritta una terribile calunnia: Ippolito l’avrebbe stuprata. Teseo non indugia a credere alla parola scritta, supportata dall’incontrastabile prova della morte. Esprime il desiderio che Ippolito muoia, dopo averlo aggredito e bandito dal regno di Atene. Desiderio che viene avverato dal di lui padre, Posidone, nonostante l’innocenza del giovane. Così un toro scaturisce dalle acque e assale il cavallo di Ippolito, che rovina a terra.

Alla notizia della morte del figlio, Teseo gioisce. Interviene allora Artemide, che troppo tardi svela la verità. Non avrebbe potuto, infatti, interferire contro il volere di un’altra dea, Afrodite, contro la quale, dice, tuttavia si vendicherà, uccidendo un suo devoto.

Dilaniato dalla maledizione, il giovane atleta, ora una maschera di sangue e piaghe, umiliato nella sua bellezza e purezza, viene portato in scena morente, ove, per volere della sua amata dea, che gli da l’estremo saluto, prima di rifuggire, per non essere contaminata dall’ultima esalazione di morte del suo adorato, perdona il padre. Unica consolazione, per quel giovane morto anzitempo, il ricordo eterno e un suo culto per le giovani prima delle nozze. Il suo rapporto col divino diviene così trasfigurato nella luce di una deificazione eterna.

La religione greca, il rapporto classico uomo-dio, l’amore divino tra Ippolito-Artemide, viene in Euripide suggellato come modello senza eguali, poiché nelle successive riscritture, che daranno decisamente più importanza a Fedra, Ippolito non sarà senza una fidanzata. Qui, invece, si prefigura quasi il sincretismo di una santità che lega la grecità alla purezza agostiniana, flebile filo eppur visibile anche nello stilnovo. La tradizione ha infatti preferito dare spazio alla passione terrena di Fedra, piuttosto che al dramma divino di Ippolito, che ama, innegabilmente ricambiato, Artemide. Un amore divino, che scontrandosi con il terreno, porta alla morte, ma attraverso quella fine, porta all’eternità.

Chantal Fantuzzi