Perché un Turco in Vaticano rappresenta un grave problema per l’umanità

Anzitutto non è un turco qualunque, chiariamolo sin dal principio, a scanso di scatenare infondate querelle antirazziste: Recep Tayyip Erdogan, il turco in questione, per prima cosa è un negazionista: del genocidio degli armeni (1,5 milioni di morti il cui negazionismo è sanzionato severamente in Francia, per esempio, previa le lois memorielles) e dell’uguaglianza tra i sessi (ha affermato “non credo nell’uguaglianza tra uomini, ma nelle pari opportunità” salvo poi ribadire che “la natura tra uomini e donne è diversa e non posso essere uguali” e “il ruolo peculiare della donna è unicamente la maternità”) e, a proposito di quest’ultima questione, ha ammonito le famiglie turche a “fare almeno cinque figli” con chiare finalità espansionistiche (e proprio per questo considera l’aborto un crimine a tutti gli effetti e ritiene che il parto cesareo riduca la fertilità, rischio da cui, da bravo islamista espansionista, egli è ossessionato). è negazionista, infine, della libertà di stampa (oltre 150 giornalisti incarcerati solo dal 2016 – senza contare che Erdogan è al potere dal 2003- chiuse 160 aziende del settore mediatico con la conseguente disoccupazione di migliaia di persone; “la regressione turca è particolarmente preoccupante” hanno commentato in rapporto gli ambasciatori americani).

La mezzaluna islamica a fianco dello stemma vaticano. Papa e Sultano si danno la mano.

Erdogan come Kemal

Erdogan ha contestualizzato, sfiorandone la giustificazione, la Germania di Hitler, citandolo come “buon sistema presidenziale.” Ma non c’è da stupirsene: i Turchi sono così, stanno coi vincitori, genocidi come loro, salvo poi tradirli quando essi non sono più tali: già durante la Prima Guerra Mondiale, i tanto millantati progressisti Giovani Turchi si allearono con gli Imperi Centrali, dichiarando la jihad ai “nemici dell’Europa.” Costoro, che di fatto avevano preso il potere con un colpo di stato nel 1909, dopo una violenta repressione ai dissidenti siriani e albanesi dell’impero ottomano, non avevano ben gradito il Congresso di Berlino del 1878 che aveva imposto all’Impero ottomano di concedere l’indipendenza alla Bulgaria, alla Bosnia e all’Erzegovina, e, per ripicca, avevano elaborato la – tuttora attuale – ideologia  panislamista per l’Europa. Dopo i primi massacri di armeni (250mila vittime, stando bassi con le cifre, nel biennio 1894-96) e l’effettivo genocidio attuato dal 1915, giunti al potere con il Comitato Unione e Progresso (l’ironia sta nei nomi, molte volte),  i Giovani Turchi calpestarono letteralmente ogni trattato diplomatico sino ad allora sancito: nel 1919 occuparono militarmente Costantinopoli, scacciando greci, italiani,  francesi e inglesi; due anni dopo non riconobbero il post bellico Trattato di Sevres, che imponeva alla Turchia di concedere Smirne alla Grecia (per legittimità di tradizione) e di concedere agli Armeni sopravvissuti uno stato. Il tanto celebrato Kemal Ataturk dichiarò nullo il trattato, e si propose di attuare la riscossa turca nazionale, simbolo di dominazione ed espansione: occupata Smirne e provocato un interminabile esodo di greci, le usurpazioni di Kemal furono riconosciute da una blanda Europa (allora non unita, ma egualmente debole come quella d’oggi giorno)  che, di fatto, le sancì previa il trattato di Losanna del 1923.

Turchia, progresso o menzogna?

Il tanto nomato “progressista” Ataturk, di fatto attuò un’occidentalizzazione della Turchia, solo in vista di una più radicata e laicizzata islamizzazione statale. Divenuto capo della Repubblica da lui creata, alleatosi con Hitler e Mussolini nel ’29, fu accolto dalla Società delle Nazioni (e ci sarebbe forse da stupirsi se l’UE accogliesse alfine  la Turchia?)

Il successore di Ataturk, Inonu, proseguì di fatto la linea di una Turchia profondamente islamizzata in chiave statale decoranizzata, stipulò un trattato di amicizia con la Berlino nazista, salvo poi allontanarsene quando nel ’45 la Germania volgeva ormai in rovina. Tipico della Turchia è apparire di fatto integrata con le potenze occidentali, ora come allora: dal Piano Marshall all’Alleanza Atlantica, la Turchia di Inonu accolse ogni occidentalistica istituzione, al contempo attuando al suo interno una violenta decristianizzazione del paese, provocando l’esodo delle minoranze etniche dissidenti.

Negli anni ’60 l’islamista Erbakan divenne presidente. e al contempo nacque la confraternita terroristica dei “lupi grigi”, estremisti turchi di destra e nazionalisti, ai quali apparterrà l’attentatore che sparò a Giovanni Paolo II nel 1981.

La Turchia sa farsi valere: nel 1974, quando il regime dei Colonnelli di Grecia propose l’enoisis ovvero l’annessione di Cipro alla madrepatria greca, le truppe di Ankara, per “salvaguardare” la minoranza turca del 10% presente nell’isola, invase Cipro, imponendovi una Repubblica nel Nord, tutt’ora non riconosciuta. le sue minoranze, le difende a spada tratta, le altrui, le stermina.

Tra il 1975 e il 1980 si calcola che siano morti in media 15-20 dissidenti al giorno.

la Turchia e l’Europa

Erdogan è al potere dal 2003. Solo dal 2016 120 giornalisti sono stati incarcerati

L’annosa questione del ponderato ingresso della Turchia in Europa, si trascina sin da quando Papa Giovanni Paolo II chiese, senza ottenere, che la Costituzione dell’Unione Europea riconoscesse l’eredità delle proprie radici cristiane. Era proprio per questo, sosteneva chi concordasse col Pontefice, che un paese totalmente mussulmano, che avesse rinnegato la sua ricca eredità paleocristiana e bizantina (si pensi a Tarso, patria della Conversione di San Paolo, alla Cappadocia, patria di Basilio e di Gregorio Nazianzeno, a – inutile dirlo- Costantinopoli…!) non potesse chiedere di entrare nell’Unione Europea. Ci si aggiunga la questione dei negazionismi: l’ingresso parve sbarrato, nel 1983 al presidente Ozal, al quale fu rifiutata l’entrata nell’Unione anche per le vessazioni imposte ai curdi.

E adesso Erdogan cosa fa? Giunge a Roma, per l’anniversario del Trattato di Roma del 1957 di fondazione dei primordi della Comunità Europea, fondazione con la quale la Turchia c’entra come i cavoli a merenda, per dare lezioni sul terrorismo all’Italia, chiedendo, non certo querulo ma con l’arroganza dei sultani che vogliono trasformare ogni fonte battesimale in lavapiedi, (così come effettivamente è successo a Costantinopoli, nella Basilica di santa Sofia), di essere ammesso all’interno dell’Unione, in quanto “baluardo dell’Occidente, contro il terrorismo e l’estremismo.” Lo si chieda alle bambine turche, alle quali è stato recentemente detto dal presidente in persona, che nove anni sarebbe l’età giusta per sposarsi, lo si chieda gli armeni massacrati, ai curdi perseguitati (ah, giusto, sono loro i terroristi), ai soldati giustiziati e ai giornalisti incarcerati. Ci si chieda: la Turchia, dopo aver tradito, calpestato trattati, invaso nazioni, con quale arroganza chiede di entrare in un’Europa che, almeno apparentemente, si fonda sulla democrazia e sulla civiltà?

E, infine, ci si domandi: come può un Papa ricevere un presidente che neghi le colpe del proprio paese e che, nel 2015, gli indirizzò la frase, in merito al genocidio armeno “quando i politici e i religiosi si fanno carico del lavoro degli storici non dicono delle verità, ma delle stupidaggini”?

Forse il Papa dimentica il suo antenato Pio V, che inviò truppe a difendere nel 1571,  l’Europa dall’avanzata turca, fermata a Lepanto dalle flotte congiunte delle potenze europee. E’ forse per questo che il Pontefice non ricorda mai la ricorrenza di Nostra Signora della Vittoria, dedicata proprio alla salvifica vittoria europea di Lepanto, il 7 ottobre? Ci riprovarono, i turchi, salendo questa volta sino a Vienna, nel 1683. Era l’11 settembre. La storia insegna, dalla più antica alla più recente, l’espansionismo turco è missione certa, sia esso religiosamente inteso o subdolo e laico; l’Europa dimentica.

Sta di fatto che la Turchia, candidata potenziale dell’Unione Europea, sia il paese più grande coi suoi 783 mila km quadrati per estensione, più popoloso coi suoi 78 milioni di persone, interamente mussulmane, e più ricco, l suo PIL procapite di 14mila400. Quando entrerà, sarà allora che noi, europei, dovremo preoccuparci.