Di Dio, di Democrazia, di Posta svizzera e di RSI – di Rivo Cortonesi

Cosa c’entra Dio con la Democrazia, la Posta svizzera e l’RSI? Cos’è questo zibaldone di sostantivi che mischiano il sacro con il profano? In verità c’è un leitmotiv unificante che li lega l’un l’altro. Per dimostrarlo, partirò da una premessa: il Dio cristiano è libertario.

Ovviamente un’affermazione del genere presuppone che si creda in Dio. Quindi, a scanso di equivoci, questo mio scritto è dedicato ai cristiani di questo cantone, che il 4 marzo si esprimeranno sul rinnovo dell’ imposta federale diretta, su quello dell’IVA e sull’iniziativa No Billag.

Il Dio cristiano
L’affermazione che Dio è libertario non è mia, per quanto la condivida interamente. È stata fatta dal professor Jesus Huerta de Soto in occasione della decima conferenza spagnola sulla scuola austriaca di economia, svoltasi a Madrid il 17 maggio 2017 presso la Fondazione Rafael del Pino: Dio è libertario perché, come i libertari, considera gli stati uno strumento del male.

La più chiara conferma la si ha nella Bibbia, nel Primo libro di Samuele, capitolo 8. È lì che troviamo infatti l’esposizione di come gli stati siano nati da un deliberato atto di ribellione al regno di Dio. – Dacci un re che ci governi – chiesero gli israeliti a Samuele. E Dio non si oppose alla loro richiesta, non fece uso della sua forza per imporre il “suo regno senza stati”, perché Dio è libertario. Semplicemente si limitò a dire a Samuele: – Ascolta pure la loro richiesta, però annunzia loro chiaramente le pretese del re che regnerà su di loro -. E Samuele le riferì al popolo: – Queste saranno le pretese del re che regnerà su di voi: prenderà i vostri figli per destinarli ai suoi carri e ai suoi cavalli, li farà correre davanti al suo cocchio, li farà capi di migliaia e capi di cinquantine […] Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri […] Metterà la decima sui vostri greggi e voi stessi diventerete suoi schiavi. Allora griderete a causa del re che avrete voluto eleggere, ma il Signore non vi ascolterà -.

Sempre nella Bibbia, questa volta nel Nuovo Testamento, quando il diavolo tentò per la terza volta Gesù, si proclamò come padrone assoluto dei regni del mondo:
– a te darò tutto il loro potere e la loro gloria, “tutto questo mi appartiene e posso darlo a chi voglio” -.

Dunque gli stati appartengono al demonio e sono suoi strumenti di morte e di umiliazione della libertà umana. Eppure Dio non ha annientato il diavolo. Perché? Perché Dio è libertario e lascia sempre libere di scegliere le sue creature, anche quelle che, come gli angeli caduti, si sono ribellate a lui.

Persino nell’episodio dell’annunciazione alla Madonna, raccogliendo appieno le considerazioni di Papa Benedetto XVI nel suo libro “L’infanzia di Gesù”, Dio si è comportato da libertario. Scrive infatti Papa Ratzinger:

“Dopo il fallimento dei progenitori, tutto il mondo è oscurato, sotto il dominio della morte. Ora Dio cerca un nuovo ingresso nel mondo. Bussa alla porta di Maria. Ha bisogno della libertà umana. Non può redimere l’uomo, creato libero, senza un libero «sì» alla sua volontà. Creando la libertà. Dio, in un certo modo, si è reso dipendente dall’uomo. Il suo potere è legato al «sì» non forzato di una persona umana. Bernardo di Chiaravalle, in una sua omelia di Avvento, ha illustrato in modo drammatico l’aspetto emozionante di questo momento. Il cielo e la terra, per così dire, trattengono il respiro. Dirà «sì»? Lei indugia …. Forse la sua umiltà le sarà di ostacolo? Per questa sola volta – le dice Bernardo – non essere umile, bensì magnanima! Dacci il tuo «sì»! È questo il momento decisivo, in cui dalle sue labbra, dal suo cuore, esce la risposta: – Avvenga per me secondo la tua parola -. È il momento dell’obbedienza libera, umile e insieme magnanima, nella quale si realizza la decisione più elevata della libertà umana.”

La Democrazia
Se Dio, che è libertario, ha creato la Libertà, cos’è quella cosa, chiamata Democrazia, creata dagli uomini?

Mi spiace frantumare la certezza di molte persone di essere libere solo perché vivono in uno stato detto “democratico”, anche se probabilmente avranno già preso conoscenza da sole della loro condizione di cittadini tutt’altro che liberi e questo mi rende meno difficile il compito di dire cose che non si vorrebbero sentire.

La Democrazia, il Dio inventato dagli uomini, è “il Dio che ha fallito”. Questa l’espressione usata dal filosofo ed economista libertario tedesco Hans Hermann Hoppe, come titolo dell’omonimo libro nel quale ha demolito il mito Democrazia = Libertà. Perché Democrazia e Libertà sono antitetiche? Semplicemente perché, attraverso la Democrazia, si possono prendere decisioni che di fatto limitano o offendono la libertà altrui, cioè decisioni aggressive nei confronti del proprio prossimo. È attraverso la Democrazia, che, con mille argomentazioni, si possono togliere i soldi dalle tasche di uno per metterli in quelle di un altro, creare privilegi e prebende, oligarchie burocratiche, poliziesche e parassitarie, imporre servizi di cui molti farebbero a meno se messi in condizione di sceglierli liberamente, creare monopoli e strumenti di controllo e di vessazione, privilegiare la coercizione piuttosto che la responsabilità individuale.

Da cosa deriva allora il consenso popolare verso la democrazia? Probabilmente dal fatto che ognuno cerca e spera di poter utilizzarla a proprio vantaggio. Insomma, il successo storico degli stati, nonostante i lutti, i soprusi  e le ingiustizie di cui sono, oggi come ieri, responsabili, dipende dalla “grande finzione attraverso la quale tutti cercano di vivere alle spalle di tutti”, come ebbe a definire lo stato l’economista francese Frédéric Bastiat.

In realtà, almeno per i cristiani, i princìpi fondamentali sui quali fondare il nostro modo dello stare insieme non dovrebbero mai essere oggetto di decisioni democratiche. Detto in parole povere: la democrazia dovrebbe fermarsi davanti ai Dieci Comandamenti. Invece così non è. Solo una mente diabolica poteva concepire uno strumento tanto raffinato per legittimare ciò che i Dieci Comandamenti vietano: non solo desiderare i frutti del lavoro altrui, ma anche rubarli e, con la coartazione o la benedizione dello stato, uccidere o farsi uccidere.

Ma il consenso popolare verso la democrazia deriva anche da un errore intellettuale, al quale la scuola pubblica ha dato e continua a dare un contributo determinate: pensare che non ci siano alternative praticabili ad un modo dello stare insieme fondato sull’aggressione reciproca. Soprattutto che non sia possibile fare niente senza la coercizione fiscale. In questo esercizio, che esclude l’individuo dall’uso libero e responsabile dei frutti del proprio lavoro, si sono raggiunte punte diaboliche di mistificazione e di stravolgimento della parola di Cristo fino a fare dell’episodio del “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” un lasciapassare con scadenza alla fine del mondo per i pubblicani odierni e futuri di tutta la terra. Il verbo chiave “rendete”, con il quale Gesù si sottrasse alla trappola micidiale che gli era stata approntata, invitando a restituire al legittimo proprietario la moneta che ne portava impressa l’immagine e l’iscrizione (niente di più e niente di meno) è stato abilmente sostituto dal verbo “date”, estendendo così arbitrariamente il campo delle cose da “dare” a Cesare, nel quale si è voluto ravvisare prontamente lo stato tout court.

Anche la “fraternità“ cristiana, che affonda la sua ragion d’essere nella volontarietà degli atti di carità, è stata sostituita democraticamente dall’automatismo coercitivo della “solidarietà” laica di stato, per sostenere l’illusione che sia possibile un mondo dove non occorra essere buoni.

I coercitori diventano così i benefattori, mentre i veri benefattori sono relegati al ruolo anonimo di “contribuenti”: non devono conoscere, faccia a faccia, il destinatario del loro “contributo” e, meno che mai, la quota parte di esso che viene trattenuta dalle mani porose dello stato a beneficio di quella casta parassita e privilegiata dalla quale Samuele aveva messo in guardia gli israeliti: “Sulle vostre sementi e sulle vostre vigne prenderà le decime e le darà ai suoi consiglieri e ai suoi ministri”.

Non c’è da stupirsi se la delega allo stato dell’uso libero e responsabile dei frutti del proprio lavoro svuota le nostre chiese, oltre che delle loro risorse economiche anche di quelle di moltissimi giovani, mortificati nei loro slanci di solidarietà individuale e risucchiati nella macchina infernale della ineluttabilità dello stato, che tutto fa e a tutto provvede, in molti campi della loro esistenza, con le conseguenze amarissime di cui ogni giorno siamo testimoni. Ineluttabilità dalla quale per fortuna alcuni di loro riescono in parte a sottrarsi attraverso valorose opere di volontariato. Una risposta a quanti pensano che la società civile non esisterebbe senza la coercizione fiscale.

In realtà tutti potrebbero continuare a proporre le loro di idee riguardo ai bisogni, veri o presunti, della propria comunità civica. Ma il finanziamento dei servizi e delle opere dovrebbe essere frutto di scelte volontarie, non di aggressioni reciproche tra maggioranze mutualmente mutevoli di aggressori e aggrediti. Quale miglior modo per misurare l’interesse di una comunità ad avvalersi di un servizio o di un’opera che il raggiungimento del relativo budget attraverso scelte individuali volontarie?

Né dovrebbe spaventare il fatto che ognuno possa scegliere liberamente quali servizi e quali opere finanziare con i frutti del proprio lavoro. Ad esempio una scuola dove il crocefisso rimanga ben saldo alle pareti, piuttosto che una imbrattata coi simboli della lotta di classe, o un istituto di aiuto alle future madri in difficoltà piuttosto che lo stipendio del boia che ne ucciderà il bambino che portano in grembo.

Ciò ostacolerebbe in qualche modo la carità cristiana, il soccorso alle famiglie più disagiate, l’aiuto a chi ha bisogno di aiuto? Ci sono un’infinità di cose che possono essere realizzate attraverso l’uso libero e responsabile dei frutti del proprio lavoro con strumenti finanziari diversi dalla coercizione fiscale. Penso ad esempio a fondi di investimento ad azionariato diffuso o al pagamento di un ticket o di un pedaggio al momento dell’utilizzo di un servizio o di un’infrastruttura. Ci sono, e potrebbe essere sperimentate a partire dai comuni o da associazioni di liberi comuni.

Ma chi ha interesse a che tutto rimanga così com’è (quieta non movere et mota quietare) voglia di sperimentare non ne ha. Più facile continuare a vivere alle spalle degli altri, forti dei privilegi acquisiti sotto l’ala protettiva dello stato coercitore.

Questo spiega perché, a differenza di quanto avviene per la scienza, la validità o meno delle cui teorie non deve essere per fortuna decisa dal popolo a maggioranza democratica, nelle relazioni civiche si marci da secoli sul posto: una crisi economica dopo l’altra, una prepotenza dietro l’altra, una guerra dopo l’altra. Davvero non riesco a comprendere come si sia potuti arrivare a insabbiare il “principio di non aggressione” predicato da Cristo per preferirgli quello dell’aggressione a fin di bene (secondo le argomentazioni di una parte a scapito dell’altra).

E non so dove cominci il dolore e termini l’indignazione quando sul breviario nella panca di Chiesa, la domenica mattina alla Messa, mi trovo a leggere la domanda clou per la verifica dello svolgimento dei compiti del buon cristiano: hai pagato le tasse? O quando mi trovo confrontato con spot pubblicitari che in Italia sponsorizzano l’8 per mille alla Chiesa cattolica. Mi pare davvero, anzi è, il classico “patto con il diavolo”. Così continuando temo che i cristiani saranno definitivamente confinati nelle loro Chiese, in una specie di “riserva della religione cristiana”, sopraffatti dalla “democrazia del diavolo”, e buoni solo come soggetti storico-culturali per la curiosità di turisti provenienti da un mondo senza Dio.

La Posta svizzera e la vicenda dei sussidi ai trasporti pubblici
Non sarà sfuggito a nessuno cosa la Confederazione abbia fatto dei nostri soldi e come, ad approfittare dell’irresponsabilità e superficialità che deriva dall’amministrare soldi non propri, frutto cioè del sudore altrui, sia stata nientedimeno che la Posta svizzera.

In buona sostanza: attraverso una serie di malversazioni contabili, la Posta ha continuato a fruire del sostegno della Confederazione (meglio: del “nostro” sostegno, estorto con l’ imposta federale diretta e con IVA) per i trasporti effettuati con i suoi autopostali in zone periferiche discoste facendo apparire una perdita contabile laddove perdita non c’era.

Non mi dilungo sulla miserevole vicenda. È solo la punta di iceberg (e che iceberg!) di un mondo diverso, molto diverso da quello con il quale noi “inferiori” (per dirla alla Fantozzi) siamo costretti a confrontarci tutti i giorni che il buon Dio mette in terra.

Ma la legge morale deve essere applicata al singolo individuo così come ad ogni livello istituzionale “superiore”. Il comandamento “Non rubare” (né da solo né in compagnia, né a maggioranza democratica) vale per tutti: inferiori e superiori. Il 4 marzo ci offre perciò un’occasione straordinaria per un uso “difensivo” della democrazia: possiamo rifiutare il perpetuarsi dell’imposta federale diretta e dell’IVA.

Pochi sanno che questa possibilità è un retaggio della caparbietà con la quale i cantoni cattolici seppero difendere l’indipendenza dei cantoni dal centralismo federale, impostosi con la guerra del Sonderbund, vinta nel 1847 dai cantoni protestanti. Si deve all’ostinazione e alla riottosità dei cantoni cattolici se nella nuova costituzione del1874 fu possibile avviare il passaggio della democrazia svizzera da rappresentativa a semidiretta favorendo in tal modo la riconciliazione tra cantoni cattolici e cantoni protestanti.

La RSI
Il 4 marzo si tratterà anche di decidere democraticamente se il canone radiotelevisivo debba ancora essere riscosso dalla Billag o abolito definitivamente. È uno di quei casi in cui, per i cristiani, si tratta di verificare la legittimità di una decisione democratica utilizzando come cartina di tornasole i comandamenti di Dio.

Uno di questi afferma di non desiderare cosa alcuna del nostro prossimo e, conseguentemente, di non derubarlo, qualunque sia la ragione addotta per farlo. Proprio non riesco a comprendere come un cristiano potrebbe giustificare difronte a Dio un atto di aggressione verso chi non intende pagare un servizio che non desidera utilizzare.
Questo vale, beninteso, per ogni servizio: dalla scuola, alle assicurazioni sociali, al treno, all’aereo, alla nave, al boia abortista e per ogni prodotto: dalla maglietta, ai pantaloni, alla giacca, alla cravatta, allo smartphone.

Il nostro Dio libertario ci ha insegnato che ognuno può agire come vuole con il solo limite di non aggredire il prossimo. L’unico modo per rimanere coerentemente fedeli alla nostra fede è dunque quello di votare SÌ all’abolizione della Billag.

Rivo Cortonesi