Israele – Don Quijote contro i mulini a vento dell’informazione internazionale – di Michael Sfaradi

Michael Sfaradi, da espertissimo giornalista qual è, coglie perfettamente l’essenza del problema: non esistono solo le ragioni di Israele. Così come non esistono solo le ragioni dei palestinesi. La “guerra dell’informazione” non è meno accanita né meno terribile della guerra guerreggiata.

Che cosa è “vero”? Che i capi palestinesi mandano avanti, a morire, i loro uomini allo scopo di avere dei martiri? Che l’esercito israeliano spara sui civili (o sui guerriglieri), i quali premono al confine ma non possono superarlo? Sfaradi ha il diritto di scrivere quello che scrive, ma un anti-Sfaradi potrebbe prendere la  posizione opposta. Non se ne esce. È tutto vano? Certe volte non so cosa dire. Io mi occupavo (ai tempi) di matematica e la soluzione di un’equazione di 2° grado era ed è “meno bi più o meno radice di delta fratto due a”. Era qualcosa di assoluto. Valeva per Repubblica, per il Washington Post e per Ticinolive (!).

“Quid est veritas?” esclamò Pilato, che aveva di fronte Gesù.

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Gerusalemme 1° aprile

Molti dei miei lettori, fra i quali il carissimo Francesco De Maria che è anche ultimo editore ancora disposto a pubblicare i miei articoli sul suo Ticino Live, mi fanno spesso notare che, secondo loro, i miei pezzi sono sempre allineati sulle ragioni di Israele. Queste critiche, quando sono garbate e costruttive, diventano per me motivo di riflessione e nonostante faccia di tutto pur di limare il mio punto di vista, alla fine di ogni riflessione mi ritrovo, ahimè, sulle stesse posizioni di sempre. Se per gli altri quello che vedo io è allineato con le ragioni di Israele, cosa che comunque sarebbe anche legittima, per la mia coscienza, alla quale devo dare conto delle mie azioni, i pensieri e l’etica, che come giornalista ho il dovere di rispettare in ogni loro piega, mi portano sempre dalla parte della verità di ciò che vedo in prima persona. Questo vale per vicende che ho visto e vissuto da vicino, nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania come dai confini con il Libano e la Siria passando per le Alture del Golan, vicende che altri hanno riportato per ‘sentito dire’ e che sono accadute in luoghi che sono per me tappa fissa da anni mentre per altri, gli stessi di sopra, sono solo dei punti segnati su Google Map. Per cui se la verità di ciò che vedo coincide con le ragioni di Israele non è certo colpa mia come non è altresì una colpa raccontarla questa verità, anche se va contro il sentimento comune e la linea che da troppo tempo si tiene pur di creare un’opinione pubblica allineata, obbediente e sempre critica nei confronti dello Stato Ebraico che deve, sempre e costantemente, essere additato a responsabile di tutto ciò che accade in Medioriente. Per dirla con il pensiero iraniano ‘Il cancro da estirpare’.

Ci sono poi alcune voci fuori dal coro, poche e rare, che, come dei Don Quijote, cercano di calmare la loro sete di verità galoppando contro i mulini a vento della propaganda, pardon, dell’informazione programmata, guidata e politicamente corretta. Dopo aver seguito come giornalista l’operazione ‘Muro Difensivo’ nel 2002 e la seconda guerra del libano nel 2006, e come reporter le operazioni ‘Piombo Fuso’ del 2008, ‘Colonna di Nuvola’ del 2012 e ‘Margine Protettivo’ del 2014, credo, anzi sono sicuro, di aver maturato esperienza e credibilità come testimone di ciò che da troppo tempo accade ai confini fra Israele e i suoi vicini. Ferite antiche, infette, e che in molti, purtroppo, hanno sporchi interessi non solo a lasciare senza cura ma, quando è possibile, a fare in modo che la cosa si aggravi e vada oltre, fino al punto di non ritorno. La ricerca della pace, anche se detto oggi sembra un ridicolo eufemismo, è una parte importante nell’arte della trattativa, cosa che, tra l’altro, è dentro la cultura di tutti i popoli che abitano il medioriente, dove chiedere l’impossibile è solo un modo per ottenere quanto più ‘possibile’ è sul tavolo della trattativa stessa. Chiedere il ritorno dei profughi del 1948 però, facendo poi arrivare il loro numero a cifre che oggettivamente non possono essere accettate da chi ha un minimo di buon senso, non solo non è trattare ma impedisce di fatto ogni possibile contatto causando, perché a ogni azione si ha poi la reazione contraria, la richiesta di risarcimento dei danni subiti da tutte le comunità ebraiche che nei paesi arabi sono state distrutte. In questo caso la lista sarebbe lunga e coinvolgerebbe la totalità dei paesi arabi con una reazione a catena di proporzioni bibliche. Quello che sta accadendo in questo momento al confine fra la Striscia di Gaza e Israele altro non è che l’ennesimo capitolo di una storia senza fine dove i Palestinesi pensano di poter vincere con la propaganda e le risoluzioni ONU, veicolate e compiacenti, una guerra che militarmente hanno perso tante di quelle volte che ormai non si contano più. La loro fortuna, se lo dobbiamo dire diciamolo fino in fondo, è stata avere Israele come nemico e non uno qualsiasi degli altri stati della regione i cui eserciti, di esempi ne abbiamo a decine nelle guerre combattute nel passato e anche nel presente, non hanno mai fatto prigionieri e non si sono fermati fino alla distruzione totale del nemico. Anche se vado controcorrente, ho braccia abbastanza forti per remare, e seguendo l’etica di cui parlavo all’inizio di questo pezzo, non posso esimermi dal manifestare un pensiero che spero  sarà chiaro perché, di fatto molto semplice nella sua drammaticità: ogni nazione al mondo ha il diritto e il dovere di difendere la propria sovranità nazionale e i suoi confini. Se masse di individui, in mezzo ai quali si nascondono terroristi armati, tentano il superamento del confine nazionale bisogna necessariamente rispondere adeguatamente onde impedire un’invasione incontrollata e se si provoca deliberatamente una reazione armata non ci si può poi lamentare delle conseguenze. Per fermare i manifestanti che avevano intenzione di forzare la barriera di confine, Israele ha usato reparti antisommossa e lacrimogeni mentre per bloccare l’infiltrazione di terroristi armati ha usato dei tiratori scelti con il compito di colpire bersagli selezionati, non a caso come farebbero armi automatiche come mitra o mitragliatrici. Tanto per fare un esempio la prova che non c’è stato un fuoco indiscriminato l’ha fornita la stessa Hamas (potete vederla nella foto del bollettino pubblicato dall’organizzazione terroristica) nel pubblicare i nomi di 10 dei 16 palestinesi uccisi:

Masab Salul, 23 anni di Hamas, Sari Abu ‘Odeh, 28 anni di Hamas, Jihad Fareinah, 35 anni comandante militare di Hamas, Ahmad ‘Odeh, 19 anni di Hamas, Hamdan Abu ‘Amseh, 25 anni di Hamas, Mahmoud Rahmi, 33 anni di Hamas, Muhammad Abu ‘Amru, 27 anni di Hamas, A’ Fatah ‘Nabi, 20 anni di Hamas, Ibrahim Abu Sha’er, 29 anni jihadista, Jihad Zuhair Salman Abu Gammus, 30 delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa.

Qualcuno sicuramente starà pensando che se dieci erano terroristi gli altri sei della lista erano sicuramente dei civili e, automaticamente, penserà che su Israele ricade la responsabilità delle loro morti. Io rispondo invece che anche in questo caso la colpa è di Hamas che, violando le Convenzioni di Ginevra, infiltra combattenti in mezzo ai civili e di quelle persone che portando i loro bambini in zone pericolose li mettono a rischio della loro vita soprattutto considerando la presenza di gente armata che si approfitta dei tanti scudi umani per minare i punti sensibili del reticolato di confine (VEDI FOTO) o cercare lo scontro e la vittima civile da usare nella propaganda anti – Israele.


Michael Sfaradi