Riforma fisco-sociale: quando il no costa più del sì – di Lorenzo Quadri

L’appuntamento con le urne sulla cosiddetta “riforma fiscale e sociale” si avvicina. L’oggetto in votazione, al di là della definizione magniloquente, è in realtà un ritocco. Una riforma, nel senso vero (e non gonfiato) del termine, dovrebbe avere ben altro respiro. Ed interessare anche il ceto medio e le persone singole. La sconsolante realtà è che in Ticino sul fronte fiscale siamo fermi al palo da tre lustri. La riformetta in votazione a fine mese non stravolge questo dato di fatto.

Le ragioni del ritocco sottoposto al giudizio popolare sono state ripetute un’infinità di volte in queste settimane. Il Ticino, a seguito di lunghi anni di politica del “tassa e spendi”, è ridotto ad “inferno fiscale”. I paragoni intercantonali sono impietosi. Siamo sul fondo della graduatoria della competitività fiscale. E’ chiaro che questa situazione deve preoccupare. Specie  quando si ha una “piramide” come la nostra: pochi, quando non pochissimi grossi contribuenti generano una fetta importante del gettito. Prevenire la fuga di questi importanti contribuenti non è un’opzione: è un imperativo. Perché, se partono, a venire chiamato alla cassa per metterci una pezza sarà  il solito ceto medio. E, va da sé, ci saranno ulteriori tagli sociali.

La riforma fiscale e sociale serve dunque ad impedire che i maggiori contribuenti lascino l’inferno fiscale ticinese per trasferirsi… almeno in un purgatorio. Perché il conto di questa emigrazione sarebbe ben più alto di quello della riforma. E lo pagherebbero il ceto medio (con aggravi fiscali) e le fasce più  deboli (con tagli).

Presentare poi, come fanno i contrari, le misure fiscali della riformetta come proposte inaudite e scandalose è una mistificazione pacchiana. In Ticino questi provvedimenti sono già stati approvati dal popolo. I votanti del nostro Cantone hanno infatti sostenuto la riforma III delle imprese.

Alla parte fiscale è stata legata, indissolubilmente, quella sociale, incentrata sulla conciliabilità famiglia – lavoro. E proprio quell’area politica, la sinistra, che con questa conciliabilità si sciacqua ogni giorno la bocca, adesso la vuole affossare. E la vuole affossare perché solo al sentire le parole “sgravi fiscali” – non solo alle aziende o ai ricchi,  ma a chicchessia! – diventa cianotica. Un atteggiamento ideologico all’insegna del “tagliarsi gli attributi per farla alla moglie”.

Adesso i compagni “massimalisti” tentano di imbrogliare i cittadini con argomenti populisti. Vorrebbero far credere che, se la parte fiscale della riformetta viene bocciata in votazione popolare, quella sociale entrerà in vigore lo stesso. Non sarà così. E’ stato detto mille volte ed in mille salse che le misure fiscali e quelle sociali sono due facce della stessa medaglia. Questo è il patto politico; non segreto ma dichiarato ad oltranza. “Pacta sunt servanda”: non è forse lo slogan che i contrari alla riformetta fisco-sociale amano ripetere in altri ambiti, ad esempio a proposito del futuro del Cardiocentro? Oppure a sinistra anche il principio del “Pacta sunt servanda” si applica a senso unico, solo quando fa comodo? E qualcuno crede veramente che il Gran consiglio non farà se del caso retromarcia sulle misure sociali nel caso la contropartita fiscale dovesse venire respinta il 29 aprile? Lo stesso parlamento che rottama le votazioni popolari (vedi “Prima i nostri”) dovrebbe avere remore nel compiere un passo già annunciato ai quattro venti?

Patetico poi il tentativo, da parte della sinistra “massimalista”, di spacciarsi per paladina fiscale del ceto medio, al grido di: “gli sgravi alle aziende li pagherete voi”. Va da sé che i compagni si guardano bene dal dire quanto costerebbe invece, al ceto medio e basso, la bocciatura della riforma. Chi si è sempre messo per traverso a qualsiasi alleggerimento fiscale al ceto medio, ed anzi si è sempre impegnato a mungerlo ad oltranza, adesso non s’illuda di potersi improvvisare suo difensore e di venire creduto. La riformetta fisco-sociale ha un costo, stimato in circa 38 milioni? Un njet costerebbe ben di più.  E, se vogliamo parlare di costi:  i 35 milioni all’anno  – quindi una cifra sostanzialmente equivalente – per “La scuola (rossa) che (si spera non) verrà”, che tanto piace al partito delle tasse ed anti-sgravi, chi ce li metterebbe, nel caso in cui detta riforma ideologica dovesse diventare realtà? Pioverebbero dal cielo, o li verserebbe il contribuente?

La riformetta fiscale e sociale non entusiasma, ma va sostenuta perché:

  • rifiutarla sarebbe peggio.
  • Non si può avere il soldino ed il panino. Le misure sociali non entrano in vigore senza la controparte fiscale.

Lorenzo Quadri, Municipale di Lugano, Lega dei Ticinesi