“Il Giappone va spedito!” – Vittorio Volpi intervista Itoh Tomonori

Nel paese dove ho vissuto per decenni, mancavo da due anni, mi ha molto colpito il progresso. Centinaia di bellissimi palazzi nuovi, infrastrutture sempre migliori, fra pochi anni il Maglev (il treno a levitazione magnetica) collegherà Tokyo a Nagoya per poi estendere la copertura a tutto il paese. Ma, come sempre, il mantra è modernizzazione, mantenendo la tradizione. Maglev, ma anche ordine, pulizia, rispetto fra persone. Modernissimi gadget elettronici e Ikebama.

Di seguito un’intervista ad un economista:

Itoh Tomonori presiede la Business School dell’Università di Hitotsubashi a Tokyo. Con un passato di successo come banchiere, ora dirige un osservatorio che segue gli sviluppi delle imprese giapponesi.

Itoh Tomonori

Vittorio Volpi  Professore, in che condizioni è l’economia nipponica?

Piuttosto bene, la crescita è intorno all’1%. Nel complesso il premier Abe, al governo da 7 anni e presumibilmente per i prossimi due, ha fatto un buon lavoro. Non tutto della sua “Abenomic” è stato realizzato, ma le aziende sono in buona forma. Il ROE (rendimento del capitale imprese) è salito dal 5 all’8% e si avvia verso il 10% quest’anno. Da troppo basso a normale. Significa che le aziende hanno fatto efficienza e grandi progressi. Inoltre la “Corporate Governance” sta prendendo piede anche con l’ingresso di esterni, nei Consigli di Amministrazione ed anche, nota positiva, con più donne nel management. Lo scandalo Ghosn (Nissan-Renault) ha mostrato al pubblico cose succede quando non c’è “check and balance” nelle imprese.

Allora, il Giappone, come l’Occidente?

Purtroppo non è così, è evidente il divario fra buone e cattive aziende, gap che si sta allargando. Si può anche dire che, dalle nostre analisi, si evince che nella fabbrica il Giappone è tuttora il migliore al mondo. Nel settore auto, ad esempio, Toyota è il top del pianeta. I guai invece sono nelle sedi, l’inefficienza è notevole. Tanta burocrazia, da migliorare! Le banche, ad esempio, sono cariche di costi, non necessariamente di qualità.

Al livello macro che problemi vede?

Il governo sta continuando ad oltranza con il “QE” (quantitative easing), pompando liquidità nel mercato per perseguire l’obiettivo di creare più inflazione, target 2%. Così come la deflazione, sofferta per tanti anni è stata negativa, altrettanto lo è creare un aumento dei prezzi. Toglie potere d’acquisto ai redditi più bassi: è contro i più indifesi. Purtroppo Banca del Giappone e Gabinetto continuano nel loro intento.

Veniamo alla politica. Il Giappone non può estraniarsi da ciò che succede nel crogiolo della geopolitica del 20esimo secolo: lo scontro fra due superpotenze planetarie: la Cina e gli Stati Uniti. Come vede il Giappone le evoluzioni in corso e cosa potrà fare per evitare guai (vista la storica alleanza con Washington)?

Come ha detto, Washington è il pilastro della nostra politica estera e non cambierà, a meno che gli USA diventino isolazionisti. Molto improbabile perché il centro dell’economia mondiale è già lo spazio economico dall’India al Giappone (dove vivono i 2/3 della popolazione mondiale). Con la Cina i rapporti migliorano. Cina-Giappone saranno la partnership economica globale più importante. Anche la Cina ha cambiato registro con noi. A Pechino sanno che siamo unici nei nuovi materiali, chip di memoria, innovazione di fabbrica. Milioni di turisti cinesi “quasi invadono” il Giappone per la cultura, lo shopping, la cucina (ci sono più stelle Michelin in Giappone che in Francia). Quindi verso il sereno. Con Putin, molto meglio, ma le famose quattro isole – alle quali il Giappone mai rinuncerà, non ce le ritornerà. Con Washington i rapporti da più di 80 anni sono profondi, collaudati anche se Abe durante gli incontri a tu per tu con Trump potrebbe sembrare il suo cagnolino.

Conflitto USA-Cina nelle possibilità?

Non penso. Pechino sa che militarmente gli USA hanno un vantaggio di 20 anni. Non c’è motivo di rischiare. Ma la Cina sta investendo pesantemente nel settore militare alla ricerca nel tempo di parità con la potenza militare americana.

Torniamo al sociale: la demografia non gioca a favore del Giappone. Più di 35 milioni di giapponesi sono “over 65”. Il tasso di fertilità è intorno all’1.30 figli per famiglia. Per mantenere la popolazione attuale occorrerebbe raggiungere almeno 2. Che fare con questa società sempre più vecchia?

È il nostro problema. Non solo nostro, ma anche di voi europei. Noi giapponesi teniamo molto all’educazione dei figli – i primi cinque anni di elementare se ne vanno solo per apprendere e leggere il giapponese…. – purtroppo molto costosa e quindi non li mettiamo al mondo. Per compensare la decrescita della mano d’opera, Abe spinge per avere più donne nel mondo del lavoro ed un po’ di immigrazione qualificata.

Per il sociale puntiamo molto sulla creazione di “comunità” di anziani. Abbiamo già molti esperimenti. Si aiutano fra di loro, si danno i cambi, si assistono, ma rimane ancora un grosso problema insoluto anche per altri paesi industriali. Problema che né lo Stato né le famiglie possono risolvere da soli. Grazie al cielo però, per ora, la pace sociale nel Sol Levante è senza minacce.

Intervista a cura del dottor Vittorio Volpi