Brexit: aumenta l’odio nel parlamento inglese

La sentenza della Corte Suprema del Regno Unito sulla proroga di cinque settimane della sospensione estiva del Parlamento inglese ha interrotto, a beneficio della democrazia, la pausa entrata in vigore dopo accesi dibattiti politici sul tema della Brexit. La più alta corte del paese ha chiarito che il governo ha varcato la linea di legalità e il tentativo di Boris Johnson di chiudere la discussione parlamentare sulla Brexit è stato dunque un abuso di potere.

È anche un invito ai parlamentari a tornare alle tradizioni della costituzione e del comportamento civile. Il linguaggio usato da Boris Johnson ultimamente infiamma l’odio, a detta di molti parlamentari. Soprattutto quando usa la parola “humbug”, o altri dispreggiativi, quando si rivolge ai colleghi dell’opposizione.

Lo Speaker della Camera dei Comuni, John Bercow, che ha annunciato all’inizio di questo mese le sue dimissioni entro il 31 ottobre dopo un decennio di ruolo, ha supplicato più volte i parlamentari ad abbassare i toni affrontandosi come avversari e non come nemici, affermando che non si stanno facendo onore per la performance combattiva portata avanti.

Il confronto politico in aula su un tema così delicato è diventato talmente rabbioso che le accuse di bigottismo lanciate al primo ministro assomigliano ai linguaggi infiammati usati dalle squadre di teppisti. La nazione così è sempre più divisa e confusa come sembrano del resto esserlo i deputati stessi.

La rabbia è motivata dal fatto che Johnson non solo sembra essere per nulla intimidito o pentito dopo la battuta di arresto inflitta dalla Corte Suprema, ma ha dichiarato l’intenzione di non dimettersi malgrado sia stato sconfitto più volte in parlamento sui voti riguardo la Brexit e non avendo più una maggioranza che lo sostenga visto che il suo stesso partito è in rivolta. Johnson invece sfida l’opposizione a presentare una mozione di sfiducia per far cadere il governo e andare alle elezioni anticipate lasciando il giudizio al popolo.

Non bisogna dimenticare che il referendum del 2016 è stato sostenuto soltanto dal 37% di tutti gli aventi diritto di voto e ha ottenuto una stretta vittoria (52-48). Trattare questo argomento come sta facendo il primo ministro, significa ignorare tutti coloro che hanno votato per rimanere nell’Unione europea. Ma soprattutto non è stato chiesto al popolo quale forma di congedo concretizzare.

Il piano di Boris Johnson sembrava perfetto, ma è rimasto incastrato. Quando è stata approvata il 9 settembre scorso la legge per impedire una Brexit senza accordo, il primo ministro si aspettava l’approvazione di una mozione di sfiducia contro il suo governo dopo la pausa estiva del parlamento, per andare ad elezioni anticipate. Il tentativo era allontanare il parlamento dalle discussioni sulla Brexit. Questo non è avvenuto, in quanto non c’è stata la maggioranza dei due terzi dei parlamentari per appoggiare l’idea delle elezioni anticipate senza la sicurezza di un rinvio della Brexit a gennaio 2020. Di fatto si sono uniti tutti i partiti dell’opposizione e alcuni conservatori ribelli contro di lui.

Le elezioni generali sono inevitabili, ma i tempi sono incerti. L’unica soluzione al momento, peraltro imposta dalla legge entrata in vigore, è il rinvio. Cosa che Johnson ha dichiarato di non avere alcuna intenzione di chiedere, perché farebbe perdere di credibilità e consensi per le prossime elezioni sia a lui che al partito conservatore.

Del resto il vecchio accordo proposto da Theresa May è stato bocciato ben tre volte dal parlamento, quindi non è possibile negoziarne uno nuovo in così poco tempo. Le precedenti disposizioni prese in considerazione per il confine irlandese, sono molto lontane da qualsiasi cosa che possa garantire la frontiera aperta richiesta nell’accordo di pace del Venerdì Santo firmato a Belfast nel 1998.

La prospettiva di un accordo al vertice dell’Unione europea di ottobre è praticamente sfumata.