Giappone: paure cinesi – di Vittorio Volpi

Il monte Fuji. Immagine Pixabay

A Tokyo hanno osservato con attenzione la parata militare di Pechino nel giorno della celebrazione del 70esimo anniversario della indipendenza, il 1. ottobre scorso, e si sono spaventati nel vedere i “progressi” dell’arsenale militare di Pechino, in particolare osservando i nuovi missili balistici “ipersonici”.

Il nuovo ministro della difesa giapponese Taro Kono, in un’intervista, ha affermato che la Cina è “murky” (opaca) perché non dichiara mai le sue strategie militari, il budget, gli obiettivi e dottrine.

I nuovi sviluppi militari della Cina non possono non allarmare tutti i vicini di casa; soprattutto il Giappone che nel dopoguerra si è astenuto dall’avvicinarsi al nucleare. Dopo 74 anni non tutti ricordano che il Giappone è l’unico paese che ha subito l’olocausto nucleare: con le due bombe atomiche che nell’agosto del 1945 furono sganciate dagli americani su Hiroshima e Nagasaki.

Peraltro, in entrambe le città, fra pochi giorni, Papa Francesco renderà visita anche per ricordare al mondo quali sono i disastri che gli ordigni nucleari possono causare con conseguenze perenni; occasione per dare quindi un forte messaggio sulla necessità di una tregua nucleare. Al Papa certamente non sfuggirà l’occasione di leggere una lapide che il famoso letterato giapponese Haruki Murakami cita sempre: “riposate in pace, non ripeteremo questo errore”. Un testamento spirituale dei giapponesi che dovrebbe sempre toccare il cuore di tutti gli uomini di buona volontà.

Tornando al problema del Giappone, ricordiamo che è la terza economia del mondo alla quale non corrisponde certamente in altrettanta misura la sua posizione militare. Due grossi importanti vincoli hanno frenato lo spirito dell’estrema destra giapponese al riarmo che è tuttora viva e forte. Questa parte estrema nazionalista trae le sue radici dalla storia, dalle sciagurate avventure militariste pre-guerra quando il Giappone voleva diventare potenza coloniale come le grandi potenze occidentali. Si ricorderà la colonizzazione di Taiwan, della Corea, per arrivare in seguito all’invasione della Manciuria per proseguire in Cina e via, via il Sud Est Asia.

Dopo le due bombe atomiche e persa la guerra, sotto la guida del Generale McArthur, le industrie belliche vennero smantellate ed il Giappone inserì nella nuova costituzione la rinuncia alla guerra. E non solo; si stabilì una linea guida con un limite alla spesa militare e si adottarono i “3 princìpi non nucleari ”: non possedere, non produrre, non introdurre”. Non una legge, ma una risoluzione parlamentare. Sul terzo princìpio ci sarebbe da dire, come quando le navi americane attraccano in Giappone con a bordo testate nucleari….

Tutto ciò premesso, le cose sono cambiate radicalmente rispetto agli anni del dopoguerra, rafforzata da una ferma protezione a stelle e strisce. Allora il modo geopolitico si articolava sul confronto USA-Russia contornato dalla guerra fredda, che non è più. Nel frattempo si è creato un mondo multicentrico e multipolare che ha cambiato le carte in tavola. Si profila un confronto sempre più chiaro, per ora economico, fra Cina e Usa. C’è poi un pericoloso problema insoluto della Corea del Nord nucleare, l’incerto futuro di Taiwan. Insomma un crogiolo di problemi latenti che non possono non impensierire il Sol Levante.

Appetto a ciò, diventerà il Giappone una potenza militare? L’impegno di Hiroshima verrà onorato, cioè niente nucleare? L’alleanza particolare con gli Usa terrà? È complessa la risposta perché dipende da una variabile indipendente: il punto interrogativo sull’impegno in Asia degli Stati Uniti.

Ed è ciò che preoccupa Tokyo drammaticamente. Analizzando il comportamento di Washington negli ultimi trent’anni, si può notare un graduale cambiamento della politica estera americana. Da Clinton negli anni ’90 in poi, con l’eccezione di George W. Bush con l’invasione dell’Irak, si nota chiaramente una spinta per un “rientro a casa”. L’America non vuole più essere il poliziotto del mondo (Irak, Siria docet); come si dice, vuole dare le carte, ma senza essere alla guida in prima persona. Strategia recentemente ben documentata da Germano Dottori (La visione di Trump). E non è che dopo Trump cambierà. È un mantra di lungo periodo che non vuol più sacrificare le vite di molti dei suoi giovani, lontano da casa, a lottare per cause incomprensibili (agli americani) e senza vantaggi tangibili.

Durante “l’ancien régime” Tokyo ha potuto beneficiare a lungo “dell’ombrello atomico” e delle basi americane sulla penisola (30-40 mila soldati) e concentrarsi sul business e negli investimenti, ma lo scenario è radicalmente cambiato. Inoltre a poca distanza dall’arcipelago ci sono anche un “rocketman” (come lo definisce Trump) – un bombarolo – cioè Kim Yong-un e la Cina sempre più assertiva e forte militarmente anche nella marina miliare, suo punto debole del passato.

Comprensibile quindi l’ansia giapponese, debole militarmente e così esposto commercialmente. Una prova? Il Giappone ha almeno 400 petroliere che viaggiano dall’Oriente prossimo passando per lo stretto di Malacca. Basterebbe poco, bloccando quelle navi; sarebbe alto il rischio di mandare l’economia nipponica in tilt!

E allora che fare? Riarmarsi anche nel nucleare? Stringere alleanze con la Russia per bilanciarsi con la Cina? Riavvicinarsi alla Cina? Aspettare che gli Usa cambino idea e ritornino sui loro passi?

Una sfida per la quale i prossimi 10 anni ci diranno.

Vittorio Volpi