Viaggio del Papa in Cina? (e la questione di Hong Kong)

di Vittorio Volpi

Foto Pixabay

Come sappiamo anche il Vaticano fa politica e al suo interno coesistono anime diverse. Poche hanno il coraggio di dire quello che pensano.

Sul caso di Hong Kong, il Cardinale Joseph Zen (87 anni) certamente non un “pro-Cina”, lo scorso 18 novembre nel corso di un’intervista con Guido Santevecchi, giornalista del Corriere della Sera, si è dichiarato molto critico sulla posizione della Chiesa a fronte delle dimostrazioni, spesso violente, nella regione della ex colonia britannica.

Hong Kong è ora a statuto speciale: un paese (Cina), due sistemi, cioè il frutto di un accordo della durata di 50 anni, concluso fra il Regno Unito e la Cina.

Secondo  il vecchio Cardinale, l’assenza di una presa di posizione del Vaticano per difendere i diritti dei cittadini di  Hong Kong e sostenere i dimostranti malmenati dalla polizia (a a loro volta violenti) “è stato un silenzio assordante, una vergogna che il Vaticano non abbia parlato fino ad ora”.

Affermazione  forse condivisibile, ma come in altre situazioni il pragmatismo politico di cui la Chiesa è maestra sulla base di 20 secoli di storia, ci fa capire che il problema dei dimostranti di Hong Kong è subordinato ad obiettivi ritenuti più importanti. Potremmo individuarne due rilevanti, ma come al solito, uno o due cose non spiegano tutto.

In primis c’è la posizione della Chiesa in Cina. Il Vaticano con notevoli sforzi sta raggiungendo accordi e facendo passi avanti. Il governo per non sopprimere la Chiesa cattolica in Cina, creò la così detta “Chiesa Patriottica”. In pratica una chiesa subordinata al Partito: la struttura del clero decisa dal governo. In realtà, nessuna indipendenza e dipendenza da Roma. Creando di fatto una Chiesa sotterranea che riportava al Vaticano con rischi per i sacerdoti che vi appartenevano. Negli ultimi anni si sono raggiunti compromessi che danno un riconoscimento ai sacerdoti, fino ad ora clandestini, e un diritto ad un “ placet” del Vaticano sulle nomine della Chiesa Patriottica.

Una simile delicata situazione tiene il Vaticano, come si suol dire, sulle spine. Qualche mossa scoordinata, dichiarazioni a favore dei dimostranti di Hong Kong, ad esempio, potrebbe pregiudicare almeno 30 anni di duro lavoro diplomatico.

Il secondo punto delicato è la visita del Papa in Cina, alla quale un Papa gesuita non può non aspirare.

Che vuol dire Papa gesuita? Grandi ricordi per un grande personaggio come Matteo Ricci che dopo immani sacrifici giunse alla Corte Imperiale nel 1601.

Il contributo di Ricci e dei gesuiti  che si dedicarono alla causa della cultura cinese e della evangelizzazione in Cina fu straordinario. Basterà leggere del padre gesuita il “De amicizia”,  scritto da lui in cinese, che per il contenuto suscitò l’imperativo riconoscimento e rispetto che ancora dura. “Il grande amico dell’Occidente” ha tuttora la sua tomba nel parco adiacente ad una scuola di addestramento dei quadri del PCC, insieme ad una cinquantina di tombe di altri gesuiti. Ne ho letta una di un certo Baroni di Milano.

Ora, secondo uno dei più riconosciuti “sinologi” (studiosi della cultura cinese) Francesco Sisci, il Ministero degli Esteri cinese avrebbe dato luce verde per la visita del Papa, con la seguente spiegazione: ”Favorevole a migliorare i rapporti cino-vaticani… atti a sviluppare gli scambi bilaterali”.

Ciò non vuol dire che sia cosa fatta. È certo che c’è un’ala del Partito che sicuramente è contraria, ma è comunque un passo avanti.

Monsignor Parolin, Segretario di Stato, da parecchi anni lavora sul progetto che aiuterebbe la Chiesa a migliorare la sua posizione nella Repubblica Popolare Cinese. Durante il recente viaggio in Giappone dove ha alzato la voce sui pericoli del nucleare,  il Papa ha parlato di “poesia e tempi” nei rapporti con l’Oriente.

Sisci pensa si riferisse anche alla Cina e sostiene che “in qualche modo, se si parla troppo direttamente, si toglie la poesia e si  tolgono tante nuances, che sono importanti”.

Alla domanda a Francesco Sisci su una chiave di lettura sulla volontà di Papa Francesco vista dalla Cina, ha così risposto: “questo possibile incontro sarebbe un segno della provvidenza e quindi dello Spirito Santo per la Chiesa. Per la Cina un segno del volere del Tao.