Caro Tito, ti scrivo… – di Orio Galli

A Orio Galli piace scherzare, soprattutto con le persone importanti.

* * *

Innanzi tutto per farti sin d’ora gli auguri per quando in ottobre compirai i novanta. C’è un’intelligente e capace giornalista a Lugano che si fregia d’essere tua coetanea, anche se lei i novanta li ha già compiuti in piena forma lo scorso anno…

Ma per venire al sodo, sodo, ho letto anche oggi (ieri, red), come faccio quasi sempre, il tuo pezzo sul CdT.

Una delle non molte cose che su questo giornale ormai ancora leggo. E che invece che “Corriere del Ticino”, si potrebbe oggi forse chiamare “Corriere del Renzetti”. Non credi? E che poi per la grafica (!), questo «nostro quotidiano», come pure per le “vignette”; e per sempre più contributi giornalistici esterni si rivolga all’Italia, o alla Spagna… Quando poi sulle medesime pagine del quotidiano appaiono grandi annunci a colori per invitare a sostenere l’economia locale….!

Oggi tu scrivi dell’USI (Usi, e costumi?) e fai bene. Norberto Bobbio diceva che «il problema non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi crede e chi pensa». Però il problema di fondo mi sembra esser oggi soprattutto quello di trovare qualcuno che ancora pensi… Ma non era nata anche per questo l’Università – in pompa magna (magna?!) – della Svizzera italiana? Tempi Buffi d’un tempo? Ma oggi?

La nostra generazione, la tua e la mia (anno più, anno meno…) ha vissuto i “famosi trent’anni d’oro”, sicuramente economicamente irripetibili, nella storia dell’umanità. Almeno di quella occidentale. Poi, come anche tu mi hai insegnato, con l’abbandono da parte degli USA nei primi anni ’70 della copertura del dollaro con l’oro… son cominciati i grandi dol…ori.

Nella mia professione ho vissuto nascita, sviluppo e fine di un periodo tecnologico nato a metà del Quattrocento con Gutenberg. E modificatosi poi continuamente lungo la seconda metà degli anni Cinquanta del secolo scorso. Per poi definitivamente morire con l’entrata nel terzo millennio.

Fin dalla nascita dell’USI ho sempre pensato (da povero illuso?) di poter magari offrire un mio contributo di conoscenze ed esperienze professionali ai numerosi giovani studenti. A parte la richiesta del possesso di un dottorato (!?), la domanda che mi veniva sempre posta era: «ma Lei fa della ricerca?». Cazzo, mi dicevo, ma non fa proprio parte del mio lavoro cercare ogni giorno qualche nuova idea? A parte poi la quotidiana ricerca di qualche occasione di lavoro…

Orbene, un giorno in città, in attesa che la Signora della quale all’inizio ti dicevo, e che volevo passare a salutare, mi risponda al citofono, chi ti vedo spuntare dalla porta del palazzo? Ma il rettore in persona dell’USI! Al che mi presento e gli dico che se dovesse presentarglisi magari qualche occasione…

Dopo due o tre settimane mi invia una e–mail chiedendomi se non sia disposto a partecipare (in apertura di un simposio dedicato a questa tematica) a un dibattito–confronto con lui sul tema della digitalizzazione. Ok, gli rispondo! Così ci si incontra a Lugano per stabilire cosa dire e come fare. Alla fine mi permetto sommessamente chiedergli: – e “pecunia”…?, o almeno un piccolo pensiero…?–.

Boas Erez mi guarda come fossi un alieno. Comunque accetto (mi sottometto) a queste sue magnifiche (da rettore?) condizioni. Quindi mi preparo, e gli mando in anticipo anche una selezione di miei lavori da proiettare…

La serata si svolge con un certo successo di pubblico, ma noto la presenza di solo un paio di studenti… (Di questo incontro si possono trovare tracce in internet…).

Alla fine ho dovuto comunque pagarmi anche il parcheggio, che nell’autosilo dell’USI non è nemmeno a buon mercato. Mi ero comunque già preso una piccola soddisfazione scoprendo che Boas Erez (matematico di formazione accademica) si può anagrammare in: – Base Zero –. Che come onomanzia non mi sembra poi così male. Anche se poi mia moglie mi dice sempre: «Chi s’accontenta, gode…» . Ma io, mica poi così tanto.

orio galli