Un romanzo pieno di magia. Discorsi folli nei dintorni di Mosca

IL MAESTRO E MARGHERITA

WOLAND

Nel grande romanzo bulgakoviano “Il Maestro e Margherita” il Demonio giunge a Mosca sotto il nome di professor Woland, esperto di magia nera, accompagnato da una piccola corte di attendenti: il gatto Behemoth, Azazello, Korovev-Fagotto, Abadonna che dà la morte, la strega Hella spesso nuda e con una cicatrice sul collo. In questo brano le parole chiave suonano: “Solo, sono sempre solo”.

Quando il libro giunse in Italia Eugenio Montale non esitò a definirlo “un miracolo che tutti dobbiamo salutare con commozione”.

Woland, esperto di magia nera – Immagine Wiki commons (Alexey Victorovich Schekinov) GNU_Free_Documentation_License

– Il fatto è… – qui il professore si guardò intorno con fare impaurito, e proseguì in un sussurro: – che ho assistito personalmente a tutto questo. Ero sul balcone con Ponzio Pilato, nel giardino quando parlava con Caifa, e sul palco, ma in segreto, in incognito, per cosi dire; vi prego quindi di non farne parola con nessuno e di serbare il segreto più assoluto, tsss…

Subentrò il silenzio, e Berlioz impallidi.

– Lei… lei è a Mosca da molto tempo? – chiese con voce tremante.

– Sono appena arrivato, – rispose smarrito il professore; solo allora agli amici venne in mente di guardarlo ben bene negli occhi, e si convinsero che quello verde, sinistro, era completamente dissennato, e il destro era vuoto, nero e spento.

≪Adesso si spiega tutto! – pensò Berlioz sconcertato. E arrivato un tedesco pazzo, oppure è ammattito adesso, ai Patriaršie. Che storia!≫

Sì, questo spiegava veramente tutto: sia la stranissima colazione col defunto professor Kant, sia gli stupidi discorsi sull’olio di girasole e Annuška, sia la predizione della testa tagliata, sia tutto il resto: il professore era pazzo. Berlioz capì subito quello che conveniva fare. Addossandosi allo schienale della panchina, ammiccò a Bezdomnyj dietro le spalle del professore, come a dire: non contraddirlo; ma il poeta, smarrito, non capì quei segnali.

– Sì, sì, sì, – diceva eccitato Berlioz, – del resto, tutto questo è possibile… anzi, possibilissimo, e Ponzio Pilato e la loggia, eccetera, eccetera… Lei è venuto qui da solo o con la sua signora?

– Solo, solo, sono sempre solo, – rispose amaro il professore.

– Dov’è la sua roba, professore? – indagava con aria insinuante Berlioz. – Al Metropole? Dove alloggia?

– Io?… Da nessuna parte, – rispose il tedesco pazzo mentre il suo occhio verde sorvolava, malinconico e stralunato, l’acqua dello stagno.

– Come?… Ma allora… dove abiterà?

– Nel suo appartamento, – rispose con disinvoltura il pazzo, e ammiccò.

– Io… ne sarò lietissimo… – borbottò Berlioz, – ma veramente, a casa mia non starà comodo… al Metropole, invece, ci sono camere splendide, è un albergo di prim’ordine…

– E neppure il diavolo esiste? – chiese allegramente l’alienato a Ivan Nikolaevič.

– Neppure…

– Non contraddirlo, – disse Berlioz col solo movimento delle labbra, nascondendosi d’impeto dietro le spalle del professore e facendo smorfie.

– Non c’è il diavolo! – esclamò Ivan Nikolaevič, confuso da tutto quel garbuglio. – Proprio a me doveva capitare? La smetta di dare i numeri!

Qui il folle scoppiò in una risata tale che dal tiglio sopra le loro teste si alzò in volo un passero.