Medioevo prossimo venturo – di Carlo Vivaldi-Forti

Questo articolo sarà pubblicato sul numero di giugno de “Il Borghese”

Molti anni fa Lorenzo Vacca dette alle stampa, per i tipi di Mondadori, un saggio che oggi è d’obbligo definire profetico: Medioevo prossimo venturo. Quando uscì, la critica, pur accogliendolo favorevolmente, lo catalogò fra quelli di fantapolitica o fantasociologia, mentre si trattava soltanto di un eccezionale caso di chiaroveggenza. Il 2020, infatti, sarà ricordato dalla storiografia futura alla stregua del 476 d.c. , anno in cui la deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre pose fine alla millenaria vicenda di Roma e del suo Impero. Tale evento rappresentò una netta cesura fra due epoche decisamente contrapposte.

Castello di Kriebstein – Foto Pixabay

L’immenso dominio stabilito dalla città del Lazio, che si estendeva a gran parte del mondo allora conosciuto, non si reggeva solamente su un diffuso, enorme potere politico, giuridico e militare, ma anche su un’economia integrata a livello globale, che prevedeva amplissimi scambi commerciali, circolazione di popoli diversi i quali , pur appartenenti alle più varie etnie, si riconoscevano in una sola lingua e cultura, quella latina, comune a tutti i territori soggetti all’Urbe. Il crollo dell’Impero pose fine a questo universalismo, a questa globalizzazione ante litteram, inaugurando un lunghissimo periodo di lotte sociali e di trasformazioni economico-politiche , oggi noto come Medioevo. Per trovare una sostenuta ripresa economica e commerciale fu necessario attendere l’inizio del secondo Millennio, ossia più di cinque secoli, caratterizzati da quel particolare ordinamento definito Feudalesimo.

Oggi la storia si ripete, confermando ancora una volta la tesi di Vico sulla ciclicità degli eventi umani. La crisi innescata dalla peste cinese, peraltro, non deve ritenersi la causa della fine del mondo globalizzato , delle sue strutture e istituzioni. Se queste avessero goduto di buona salute, non sarebbe certamente bastato un virus parainfluenzale a minarne le fondamenta. In passato si sono registrate molte epidemie di pari e ancor maggiore gravità, senza che simili conseguenze si producessero. Ricordiamo, per tutte, la terribile Spagnola fra il 1918 e il 1919 , che solamente in Italia mise a letto 10 milioni di persone, facendo più di 600.000 vittime, ossia lo stesso numero di quelle causate dall’intera guerra mondiale. Eppure, non soltanto il Paese non si fermò, ma riuscì a concludere, pur nel bel mezzo di questo morbo, il conflitto con la gloriosa pagina di Vittorio Veneto, preparando un 1919 denso di eventi pubblici, quali l’impresa di Fiume, la fondazione dei Fasci di Combattimento, le settimane rosse in Emilia-Romagna, l’avvio della guerra civile. L’informazione, tra l’altro , non era affatto monopolizzata dall’andamento della patologia, basti pensare che mio nonno materno Pasquale Mochi, rientrando da due mesi di villeggiatura estiva in montagna, all’Abetone, ove pur leggeva regolarmente tre quotidiani nazionali, fu informato soltanto allora dell’esistenza dell’infezione, da un conoscente incontrato in tram a Lucca!

1918, ospedale d’emergenza a Oakland – Foto Wiki commons (Edward “Doc” Rogers)

La ragione per cui oggi l’epidemia è giunta a travolgere le strutture economiche e gli ordinamenti della società globalizzata, è che questi erano già marci da tempo e non attendevano altro che una buona causa per implodere. La stessa campagna terroristica scatenata dai governi e dai mezzi di comunicazione fin dal primo apparire del fenomeno, testimonia come classi dirigenti incapaci e sbandate tendano a scaricare tutte le responsabilità di quanto sta accadendo sul virus, negando le proprie. Accertato ciò, chiediamoci i motivi del paragone con il Medioevo.

L’attuale crisi, ponendo inevitabilmente fine al processo di globalizzazione, comporterà un crollo degli scambi internazionali nella misura di almeno l’80%; il commercio delle materie prime, in primis il petrolio, sarà praticamente azzerato, e ciò condurrà al fallimento di moltissime aziende che di esso vivevano, insieme a quelle del relativo indotto. Ciò causerà un terremoto riguardo lo spostamento dei centri di ricchezza planetaria e la redistribuzione del potere sul piano geostrategico. La mitica ricchezza dei Paesi arabi, quella che ha permesso la nascita di cattedrali nel deserto come Dubai ove , fra l’altro con uno spreco enorme di energia e contributo all’inquinamento,si è giunti a creare piste da sci perennemente innevate in pieno clima equatoriale, collasserà molto rapidamente. Le megalopoli che su di essa si reggevano sono destinate a un veloce spopolamento, facendo la fine di quelle città Maya abbandonate dai loro abitanti, che di tanto in tanto si ritrovano nella foresta amazzonica.

Non soltanto nelle zone petrolifere, ma in tutto il mondo si registrerà la tendenza ad abbandonare le aree urbane da parte delle masse, che dopo un periodo di rivolte e disordini faranno ritorno alle campagne, gli unici luoghi in grado di sfamarle. Come effetti collaterali assisteremo al crollo dei viaggi per aria , per mare e per terra, con la conseguente scomparsa dei principali vettori di trasporto. Le industrie aeree, di costruzioni navali e automobilistiche faranno quindi una brutta fine, con tutto ciò che è facile prevedere. Sul piano finanziario vi sarà un autentico terremoto: tutti quei Fondi di Investimento che non sapranno riproporsi nei mutati equilibri sono destinati a scomparire. Ma quale sarà, dopo simile sconquasso , la nuova economia?

Essa si baserà sull’agricoltura come forza trainante, mentre le aree produttive e commerciali si ridurranno al minimo, interessando unicamente ristretti territori molto fertili, idonei ad ospitare le diverse coltivazioni. Il potere economico, e quindi politico, si trasferirà dai potentati finanziari e industriali ai proprietari di terre, non però a quelli attuali, bensì a coloro che riusciranno ad associarsi con altri, in modo da creare aziende più estese allo scopo di aumentare la redditività. Il commercio, l’industria e i servizi potranno sopravvivere, ridimensionati però sia nel numero sia nelle pretese, a condizione che sappiano riciclarsi a favore del settore primario. Lo stesso dicasi per la finanza, che in qualche misura potrà giocare ancora un ruolo, purché la maggior parte degli investimenti riguardi l’agricoltura e il suo indotto.

Le analogie con l’Alto Medioevo , ossia con i primi cinque secoli dopo la caduta di Roma, sono in sintesi le seguenti: predominio totale dell’agricoltura; accentramento del potere economico e politico nelle mani degli imprenditori agricoli , che giocheranno il ruolo di nuovi feudatari; la parcellizzazione delle sfere d’influenza, che ricondurrà la sovranità degli Stati a piccole porzioni di territorio. Sul piano internazionale, assisteremo alla scomparsa delle alleanze tradizionali, quali l’Unione Europea e la Nato all’Ovest , la Comunità degli Stati Indipendenti all’Est. Ad esse si sostituiranno altre aggregazioni: per quel che ci riguarda una nuova Europa Confederale alla de Gaulle, che fungerà da Sacro Romano Impero , provvedendo esclusivamente alle questioni d’interesse generale.

Sul piano dei rapporti di lavoro scomparirà in breve quello salariato, sostituito da forme di contratti di società, per cui i collaboratori dell’impresa non saranno più dipendenti da questa, ma di fatto suoi soci d’opera, con il completo coinvolgimento nella gestione della stessa, nella partecipazione ai benefici e alle perdite, alla pari con i manager e con gli apportatori di capitali. Visto che questi ultimi saranno scarsissimi, soltanto una visione solidaristica e partecipativa dell’azienda permetterà una sia pur lenta ma stabile ripresa, altrimenti impossibile.

E’ facile poi arguire che , dati questi cambiamenti epocali, l’intero universo filosofico, ideologico e spirituale subirà trasformazioni decisive: le vecchie ideologie otto-novecentesche scompariranno, mentre si affaccerà una nuova ricerca di valori spirituali, da sempre legati alla terra, al radicamento, agli scopi essenziali della vita. Infine, si dissolverà per sempre l’idea di progresso lineare, che ha caratterizzato gli ultimi tre secoli di storia del pensiero. A conferma di ciò, è opportuno riflettere sulle parole profetiche con cui l’eroico dissidente russo Andrej Amalrik conclude il suo capolavoro Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984? ( ed. Coines 1971) :

“Per il momento la futurologia occidentale è preoccupata solamente dall’aumento delle città e dalle difficoltà causate dal progresso tecnico-scientifico. Se la futurologia fosse esistita nella Roma imperiale , dove , come è noto, si costruivano già case a 6 piani e i bambini avevano trottole mosse dal vapore, i futurologi del secolo V avrebbero predetto per il secolo seguente la costruzione di case a 20 piani e l’impiego industriale delle macchine a vapore. Ma sappiamo che le capre pascolavano nel Foro nel secolo VI : esattamente come oggi, sotto le mie finestre, nel mio villaggio”.

Carlo Vivaldi-Forti