Perché in Estreno Oriente supereranno la crisi prima di noi? – di Vittorio Volpi

(La cultura conta…)

Shanghai – Foto Pixabay

Con la crisi coronavirus sta ritornando a galla, da noi in Europa, il perpetuo dilemma: Stato o Mercato. Si ritorna a parlare di Stato azionista per aiutare il bail out di aziende in difficoltà, ma molti opinionisti continuano a pensare che lo Stato è meglio  che stia fuori dall’economia perché è un pessimo imprenditore.

Stato o Mercato è un  dilemma che è culturalmente coerente con il nostro DNA giudeo-greco-cristiano. In fondo siamo figli di Aristotele, del  “tertium non datur”; come  nell’Amleto di Shakespeare è “essere o non essere”( anziché può essere e non essere) che si traduce in economia in occidente in un perpetuo “moto pendolare” tra Stato e Mercato.

Riguardando le crisi economiche del secolo scorso abbiamo assistito a molte guerre, bolle, recessioni, ma solo a due crisi del capitalismo generalizzato sotto forma di periodi prolungati di impasse politico, economico e ideologico.

La prima negli anni trenta che segnò l’affermarsi di un approccio Keynesiano, fordista, favorevole ad un intervento deciso dello Stato nei processi economici. Risolse il Keynianesimo, le politiche anticicliche.

La seconda negli settanta che portò alla rivoluzione conservatrice neoliberista negli anni ottanta ed al boom degli anni novanta.  Il Nobel Milton Friedman diventò l’epigone del laissez faire. Il Mercato cura tutto… poco Stato.

Questa seconda grande crisi è avvenuta nel nome della rivincita del Mercato con un modello di crescita basato sulla deregolamentazione del mercato finanziario e qualificato “casinò capitalism” da Susan Strange. A questo punto sarebbe stato indispensabile il cambio di  modello di sviluppo;  da una dimensione essenzialmente quantitativa ad una più qualitativa, pur senza gli eccessi prospettati dai sostenitori dello slogan “frugalité, écologie, décroissance”.

Si è seguita invece l’impostazione ideologica neoliberista che esaspera la contrapposizione del mercato (la mano invisibile di Adam Smith nei confronti dello Stato, ma scrisse anche la “Teoria dei  sentimenti morali” per dire che il mercato da solo non bastava) con la mano visibile della burocrazia. Ritenendo che le crisi sono perturbazioni temporanee ed eccezionali provocate da fattori esogeni ed in primo luogo da interventi dello Stato ed alla fine deli anni ’90 fu ancora  grande crisi.

A causa della gravità della crisi del 2008 è mutato nuovamente lo scenario. C’è stato un ritorno della mano pubblica nell’economia, ovvero liquidità “a go-go”. Anziché curare il male alla radice, l’indebitamento dello Stato si è avviato verso livelli insostenibili, tali da paralizzare in qualche caso gli investimenti pubblici (infrastrutture per esempio) che sono di solito prerogativa dello Stato. Ed ora c’è da affrontare una crisi economica  di cui non vediamo ancora l’entità, ma che è probabile sia una delle peggiori del dopoguerra.

Con il Prof. Franco Mazzei abbiamo pubblicato qualche anno fa un saggio  “La rivincita della mano visibile” (edito da Università Bocconi-2010). In sintesi, volevamo dire (la mia tesi del presente) che le nazioni estremo orientali, sul modello giapponese nel dopoguerra, non hanno avuto il dramma del moto pendolare di adattarsi e riadattarsi, un modello economico sempre conflittuale fra Stato e Mercato. Niente Friedman, solo Keynes. Insieme, mano visibile e quella visibile, senza conflitti. Con ciò evitando enormi dispendi di energie.

Se si osserva, così come noi abbiamo suggerito, si noterà che quando Stato e Mercato lavorano insieme nasce un  modello di successo e questo è più facile nella cultura confuciana che ci ha dato e ci da una lezione in economia.

Facendo lavorare insieme senza conflitti Stato e Mercato, quante energie risparmiate. Ritenere che Stato e Mercato non siano un dilemma, ma una necessità, che è “win-win, hanno evitato un dispendioso e drammatico fai e rifai. Una tela di Penelope eterna che ci caratterizza.

Un esempio lampante di questo pensiero è la Cina che si definisce “economia socialista di mercato” e non è un ossimoro.

Possiamo ora tornare al titolo dell’articolo. È facile prevedere che la fascia confuciana estremo orientale sarà sicuramente la prima a recuperare economicamente dalla pandemia perché la cura sarà più efficiente e perché Stato e Mercato collaboreranno strettamente. Il mondo confuciano (o sinico) comprende tutta l’Asia del Nord-Est oltre alla Cina continentale.

Ma cosa c’entra il confucianesimo con l’economia? C’entra….  Perché da 2500 anni si basa su un codice di norme morali che mirano ad assicurare l’ordine ed il buon funzionamento della società,  del gruppo,  guidando in modo armonioso le relazioni umane a vari livelli. Il collante culturale con i paesi vicini alla Cina è stata la scrittura ideografica che ha veicolato idee, pensieri, valori. In definitiva Corea e Giappone apprendendo gli ideogrammi hanno iniziato non solo a leggere e scrivere, ma anche a pensare in cinese. La stretta collaborazione naturale fra imprese e burocrazia, va sottolineato di alto livello e meritocratica –  come i mandarini in passato in Cina, o il MITI-MOF in Giappone –  hanno contribuito fortemente al miracolo giapponese nel dopoguerra e a quello della Cina di Deng Xioping.

A causa della crisi, e parlo  soprattutto in Italia, vedo invece un disastro. Lo scollamento fra Stato ed imprese è così evidente e preoccupante. In parte è dovuto alla bassa marea della politica. Nessuno ci crede. La gente si domanda “ ma che cavolo di democrazia è questa”?   Ma come è possibile che 60 milioni di persone siano guidate da incompetenti e da un migliaio di consulenti di varia natura? Stato e Mercato: ma che è? Non Stato per l’amor di Dio.  Non sa nemmeno risolvere il problema delle mascherine. Anzi, là dove non è intervenuto ha funzionato alla perfezione, mi riferisco al ponte di Genova, terminato addirittura in anticipo sulla tabella di marcia!

Lo Stato viene sempre più identificato come una burocrazia conservatrice e spesso inetta. I suoi dipendenti sono gli  unici che non hanno perso il lavoro, hanno avuto gli stipendi pagati, niente cassa integrazione.. Come mai? Non dobbiamo tutti soffrire in proporzione?

Quindi, per una volta, sarebbe auspicabile  aprire gli occhi e, guardando a Est, domandarci chi fa meglio di noi? E perche’?

Un  esempio per chiudere; un piccolo paese, Taiwan, 24 milioni di abitanti,  ha avuto solo 7 decessi a causa della pandemia.  Ci bagna ampiamente il naso! Perchè ?

Vittorio Volpi