La Cina non è una potenza in ascesa ma una “potenza che ritorna”

di Vittorio Volpi

Il mio amico fraterno cinese Thomas mi riscrive, invitandomi alla lettura di un articolo di Walter Woon, un cinese della diaspura, ex diplomatico di Singapore. È un saggio molto interessante considerando che Woon non vive in Cina, ma osserva i fatti del pianeta ed i riferimenti al ruolo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel mondo.

Riconosce gli errori negli ultimi anni di Pechino (del PCC, non dei cinesi), ma invita noi occidentali a meglio capire la Cina per rispetto alla sua evoluzione storica onde evitare di prendere degli abbagli deleteri per tutti.

Parte dalla teoria della “trappola di Tucidite” che molti intellettuali in Occidente chiamano spesso in causa. Leggendo storie delle guerre del Pelopponeso di Tucidite, si sostiene che nella storia sia una costante. La potenza dominante, ma in “declino” (gli Usa per esempio) cercheranno il conflitto per distruggere il “rising power”, la potenza emergente (la Cina nella fattispecie).

Woon disputa il teorema perché la Cina non è potenza emergente, ma bensì una “potenza che ritorna”. Il ”paese di mezzo” sta ritornando ad essere quello che è stato per tanti secoli: un grande e potente paese. Allo stesso tempo, lo studioso disputa lo stereotipo che gli Stati Uniti siano in declino, perlomeno, assoluto. Si tratta di un “declino relativo” con potenzialità di migliorarsi, di ritrovare la sua precedente stamina. Trump, errando, ritiene invece che la Cina debba essere bloccata nel progredire. Per Woon queste differenze di interpretazioni non sono meramente semantiche perché sottintendono, richiamandoli, pensieri culturali molto profondi. Le memorie storiche della Cina non possono essere sottovalutate. Una “potenza che ritorna” vuole essere rispettata, non catechizzata, sostiene l’autore. Nel caso della Cina il confronto aspro sul commercio richiama alla memoria dei cinesi il “secolo dell’umiliazione”.

La prima lamentela fu quella inglese dal 1839 al ’42 con guerre annesse. La Cina fu costretta dagli inglesi ad importare l’oppio per abbattere il surplus commerciale nei confronti del Regno Unito e spingere la vendita dello stupefacente ai sudditi cinesi (drogarli). Inoltre, allo stesso tempo, aprire i porti esentando gli straniere dalle leggi cinesi (i trattamenti ineguali). Questi sindromi rivivono sotto le “ingiuste pressioni” Usa che mirano secondo i cinesi a bloccare la crescita della Cina. Ad alimentare le reminescenze storiche negative si ricorda anche il “movimento del 4/5” del 1919, movimento studentesco in reazione al Trattato di Versailles, così ingiusto da negare ogni riconoscimento alla Cina e di regalare la regione dello Shandong addirittura ai giapponesi.

Il disincanto verso le potenze occidentali spinse la Cina verso paesi autocratici come l’URSS e la Germania fino alla nascita del Movimento Comunista; mentre le potenze coloniali occidentali facevano a brandelli il paese.

In sostanza Woon sottolinea che il PCC “si comporta male da molti punti di vista, ma confrontandolo, così come l’America sta facendo, non migliorerà le cose”.

Una diatriba non equilibrata riporterebbe immediatamente alla memoria le ”oppressioni storiche ed i pregiudizi razziali” che hanno fatto soffrire la Cina drammaticamente.

Woon continua dando anche una strigliata a Washington. Non serve agli Usa un comportamento ipocrita di moralizzatore; ha tante negatività a casa sua di cui occuparsi ( non a torto in queste ultime settimane) .

I fatti di questi ultimi mesi non giocano a favore degli americani. Ha dato grande prestigio all’America quando nel dopoguerra sfamò Berlino Ovest con i ponti aerei (raisin bombers).

L’autore sostiene che dalle indagini di opinioni fra i paesi dell’Asean per rispondere alla domanda “con chi staresti se fossi forzato a scegliere?” fra Usa e Cina, 7 su 10 hanno risposto Cina. Se ciò fosse vero ci sarebbe tanto da riflettere a Washington.

Per chiudere, l’autore cita un episodio storico: Creso, l’ultimo re della Lidia, ricco e benestante, voleva attaccare la Persia. Consultò l’oracolo di Delfi che così si pronunciò “se Creso va in guerra contro la Persia, distruggerà un grande impero”.

Decise quindi di attaccare e perse la guerra. Il “grande impero a scomparire fu il suo”..

In sostanza sia il Professor Woon che il mio amico Thomas invitano gli americani a tener conto della sostanziale differenza culturale fra chi è potenza emergente da quella che invece ritorna, con le sue storie dolorose.