Perchè in Giappone il tasso di disoccupazione è così basso? – di Vittorio Volpi

Tokio – foto Pixabay

La pandemia sta devastando le economie mondiali e i dati in autunno ci diranno quanto.

È abbastanza curioso però il divario nella crescita della disoccupazione fra i vari paesi. Ad esempio mentre quella degli Usa è salita a razzo al 15%, quella del Giappone è cresciuta solo dal 2.4% al 2.6%.La differenza è così eclatante tanto da appassionare molti economisti/analisti a chiedersi il perché sia così.

Molti giornalisti hanno segnalato il problema. Per esempio il Corriere della Sera (Guido Santevecchi) con “il Giappone è in recessione, ma non licenzia i lavoratori”. Il giornalista cerca di dare qualche spiegazione semplicistica, ma alla fine probabilmente perché è difficile capire, si rifugia nella cultura “perdere la faccia è come morire “.  Succede spesso che la scusa della cultura diventi la panacea di tutti i mali.

Molto interessante un articolo del New York Times firmato da Ben Dooley e Hisako Ueno che invece vanno abbastanza a fondo cercando di spiegare il modello di società giapponese, alla quale ci si deve riferire per capire come il business giapponese funzioni. Ovviamente si basa sul modello di società nipponica che possiamo definire di gruppo. Cercherò di ripercorrere alcuni aspetti essenziali sperando di aiutare a meglio comprendere.

Nei miei tre decenni di vita e lavoro in Giappone ho avuto modo di approfondire il pensiero sociale. Ho anche pubblicato anni fa con Scheiwiller “Marketing Mission” per spiegare agli imprenditori europei come le cose funzionino in Giappone se si vuole vincere la partita.

Partirei dal primo punto: il Giappone è una società gruppistica. La sola in cui io abbia vissuto. È vero come scrive il Prof. Franco Mazzei che “in Asia più ci si muove verso Est e più l’individuo sfuma, fino a scomparire in Giappone”. Quindi un punto centrale è il sentirsi più che individuo, gruppo.

In particolare il confucianesimo in Giappone ha enfatizzato l’armonia dei cittadini. Un proverbio ben sintetizza:  “il chiodo che protrude va ribattuto”, ovvero, chi si comporta individualmente non è accettato nella società.

L’antropologa Ruth Benedict che studiò alla fine della guerra i giapponesi concluse che mentre noi occidentali siamo guidati dalla cultura della colpa, nella società giapponese vige quella della vergogna. Come in altre società confuciane il deterrente sociale è la pubblica esecrazione, non tanto quello della legge.

Quindi società gruppista e cultura della vergogna.

Ad aiutarci a capire per fare un altro passo avanti, un testo famoso da leggere di James Abegglen, “Kaisha”, il termine giapponese per azienda, società. L’azienda è un organismo biologico ben diverso dal pensiero occidentale. . Essa diventa un ambiente dove tutti i dipendenti pur sapendo di non esserlo si sentono partner, co-partecipanti, il prestigio dell’individuo. Una prova: quando un giapponese si presenta dando il suo biglietto da visita a fa precedere al suo nome quella della società per la quale lavora.  Un rapporto non più di dialettica fra padroni e dipendenti, bensì il sentirsi parte di un tutto e remare nella stessa direzione.

Licenziare è una brutta parola e diventa “kubi ni suru”, cioè decapitare, verbo carico di riprovazione sociale e di pathos.

Se a ciò si aggiunge che nel dopoguerra, dato il miracolo economico, le aziende avevano bisogno di mandopera qualificata e stabile, prese piede l’impiego  a vita (nenko joretsu), modello i cui cardini essenziali furono: nell’azienda si lavorerà dalla fine della scuola fino alla pensione ed oltre. La carriera sarà basata sull’anzianità di servizio, perlomeno fino ai vertici, per premiare la fedeltà. Ed infine il “rodokumiai” che si traduce in Sindacato, ma che in realtà è un passaggio di carriera che evita la conflittualità. È un sindacato pro azienda. Non è così ovunque, nel settore pubblico, per esempio.

Questo modello si poggiava anche sull’uso generoso degli “shitauke”, i subcontrattisti, che servivano ad abbassare i costi e che non offrivano il  l’impiego perpetuo come le aziende maggiori e prestigiose.

Negli ultimi vent’anni la stagnazione e la diminuita crescita economica stanno cambiando lo status quo.

Il 40% dei dipendenti sono ora contratti a termine:  più flessibili da gestire, con minor sacrificio per le grandi aziende. Inoltre sta prendendo piede poco a poco la meritocrazia nelle carriere e minore dipendenza dalla seniority.

In sostanza in una società siffatta con tutte le sue uniche configurazioni e caratteristiche, non è facile, anche in momenti di crisi ricorrere al licenziamento: ed i risultati parlano…

Vittorio Volpi