Ingenti i danni lasciati dalla devastante esplosione che ha colpito la capitale del Libano

Questa mattina gli abitanti di Beirut si sono svegliati in uno scenario di devastazione. Il bilancio provvisorio dell’enorme esplosione chimica avvenuta ieri poco dopo le 18.00 nell’area portuale della città, è salito a 135 vittime e circa 5 mila feriti. La Croce Rossa libanese teme che il bilancio possa essere peggiore. I soccorritori sono alla ricerca di oltre un centinaio di persone che risultano tutt’ora disperse.

Il presidente libanese Michel Aoun, ha dichiarato che l’incendio nel magazzino che ospitava un’esorbitante quantità di materiali esplosivi, ha causato una prima esplosione. Una successiva e più forte esplosione ha avvolto il cielo con una nuvola a forma di fungo che si gonfiava verso l’alto mentre un’onda d’urto si è diffusa in tutta la città devastando edifici e ferendo migliaia di persone. Ci sono corpi nelle macerie e nelle acque del porto dove lo scenario è apocalittico. Nei quartieri residenziali vicino al porto, tutte le facciate dei palazzi sono andate in frantumi.

Al momento le notizie sembrano confermare che la negligenza possa essere stata la vera causa dell’esplosione. Si parla di oltre 2’700 tonnellate di nitrato di ammonio, un composto incolore e inodore, confiscato da una nave mercantile russa nel 2014 e tenuto fermo nel porto in un magazzino. Noto per il suo uso come fertilizzante ad alto contenuto di azoto, viene prodotto sotto forma di piccoli granuli porosi altamente solubili, ed è impiegato anche come componente principale di alcuni tipi di esplosivi che vengono utilizzati nelle miniere e nelle cave. E proprio questo nitrato di ammonio che ha alimentato la seconda devastante esplosione.

Hassan Koraytem, direttore generale del dipartimento doganale libanese, ha rivelato oggi di essere stato consapevole che l’area portuale aveva in custodia materiali pericolosi dopo che questi erano stati depositati su ordine del tribunale e che ormai sono sei anni che stava aspettando che il problema venisse affrontato dopo aver chiesto invano alle autorità che il materiale fosse rimosso.

La nave da 86 metri che trasportava il carico, il mercantile Rhosus battente bandiera moldava, arrivò a Beirut nel 2013 mentre navigava dalla Georgia al Mozambico. Le autorità libanesi impedirono di lasciare il porto sequestrandola in quanto considerata non idonea alla navigazione; infatti erano emerse una serie di carenze, inoltre il proprietario non aveva pagato le tasse portuali. La nave risultava di proprietà di Grechunshkin Igor, cittadino russo residente a Cipro, che decise di abbandonare la nave dopo le richieste, rifiutandosi di rispondere alle chiamate e di negoziare con le autorità portuali il rilascio del suo equipaggio al quale non ha nemmeno pagato gli stipendi. Anche l’armatore ha rifiutato il carico e da allora la nave è rimasta bloccata nel porto di Beirut nonostante gli avvertimenti degli ufficiali portuali riguardo alla pericolosità  del materiale.

Il capitano del mercantile inviò nel 2014 una lettera ai giornalisti russi per lamentarsi di essere tenuto in ostaggio a bordo della nave insieme ai suoi marinai. “Le autorità di Beirut non vogliono una nave abbandonata in porto, specialmente con un carico di esplosivi. Cioè questa è una bomba galleggiante e l’equipaggio è tenuto in ostaggio a bordo di questa bomba”, scrisse il comandante di nazionalità russa.

L’esplosione è stata avvertita anche oltre i 240 chilometri di distanza sull’isola di Cipro, dove gli abitanti hanno creduto fosse un terremoto. Un testimone oculare, Hadi Nasrallah, afferma di aver visto il fuoco ma di non aspettarsi l’esplosione. “Ho perso l’udito per alcuni secondi, ho capito che qualcosa non andava e poi all’improvviso i vetri si sono fracassati su tutta la mia macchina, sulle macchine attorno a me, sui i negozi e gli edifici”, ha raccontato ad un’emittente televisiva. I media locali hanno mostrato persone intrappolate sotto le pile di macerie e auto ed edifici distrutti dalla deflagrazione. Il segretario generale della Croce Rossa libanese, George Kettaneh, ha affermato che gli obitori della città stanno accettando i corpi delle persone colpite perché gli ospedali non possono farcela. Almeno due ospedali sono stati gravemente danneggiati e molti altri rimasti senza elettricità. Funzionari sanitari hanno avvertito inoltre che l’esplosione ha rilasciato una nuvola di gas tossici sospesa sopra la città e hanno chiesto ai residenti di indossare le maschere.

Questa tragedia non sarebbe potuta arrivare in un momento peggiore dato che il paese era già alle prese con il collasso economico e con le proteste nazionali contro un governo,  considerato corrotto e incompetente. I colloqui di salvataggio con il Fondo monetario internazionale si sono ripetutamente interrotti con diversi funzionari libanesi che si sono dimessi sostenendo che i negoziatori non sono seriamente intenzionati a soddisfare le condizioni per un accordo, mentre i libanesi vengono spinti nella povertà. L’incidente coincide anche con le crescenti tensioni tra Israele e la milizia sciita libanese Hezbollah, che mantiene una struttura nel porto. Struttura che secondo i funzionari americai è ad uso del contrabbando di armi nel paese.

Durante una conferenza stampa, il presidente Trump ha definito l’esplosione un “terribile attacco” e ha affermato che i suoi generali sembrano ritenere che sia il risultato di una “bomba di qualche tipo”. Ma pare presto per affermarlo senza ancora aver fatto una profonda valutazione delle due esplosioni. L’evento sembra dare seguito ad una serie di esplosioni misteriose nei siti di deposito di armi della milizia sciita in Iraq e più recentemente in luoghi militari sensibili in Iran, dove funzionari dell’intelligence hanno affermato che Israele era almeno in parte responsabile.

Con il crollo della sua valuta e l’aumento delle infezioni da coronavirus, il Libano è un paese precario che non riesce da solo ad affrontare un disastro come quello avvenuto ieri. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza di due settimane dando pieni poteri ai militari nella capitale. Ennesima tragedia per un paese profondamente in crisi su più fronti.