Hong Kong : la storia di Jimmy Lai – di Vittorio Volpi

Come hanno riportato tutti i media internazionali Jimmy Lai è stato arrestato ad Hong Kong per la terza volta in un anno e rilasciato nel frattempo su cauzione. Di per sé non farebbe notizia, molti altri sono stati arrestati dall’entrata in vigore della “legge sulla sicurezza nazionale” del 1° agosto.

Jimmy Lai ricevuto da Nancy Pelosi con Martin Lee e Janet Pang – Wiki commons, public domain (Ufficio dello Speaker della Camera)

Una aberrazione da parte di Pechino perché contraria ai patti negoziati tra Pechino e Londra che prevedevano 50 anni di continuità dell’accordo “un paese, due sistemi” mantenendo uno status quo fino al 2047; ivi inclusa la facoltà di legiferare ad eccezione di materie di politica internazionale.

L’accordo ha fino ad ora consentito alla regione a statuto speciale di Hong Kong, di continuare a prosperare sia come uno dei  maggiori centri finanziari del mondo che come punto di raccordo per i commerci con la Cina, con bandiera cinese s’intende, ma punto privilegiato per il business con tutto il paese. La controprova è nelle grandi banche internazionali come la Hong Kong and Shanghai e la Chartered. Senza gli affari cinesi si sgonfierebbero anche della metà.

Ciò che fa notizia è come sia avvenuto l’arresto di Jimmy Lai. Essendo Lai un’attivista dichiarato oltre che un tycoon,  è azionista di giornali (Apple Day, Next Magazine) ad arrestarlo si son presentati circa 200 poliziotti che hanno accompagnato in carcere Lai, i figli, dirigenti e sequestrato materiale.

I giornali (di Lai) sono usciti comunque con titoloni rossi, con la promessa di non piegarsi e continuare a far sentire la loro voce, ma fino a quando?

Per questo vale la pena di approfondire chi sia Jimmy Lai e perché questa allergia del Partito-Stato cinese nei suoi confronti.

Lai è nato a Canton nel 1948 da una famiglia povera, un anno prima della dichiarazione di Mao della nascita della Repubblica Popolare Cinese. A 9 anni è al lavoro, fa il portabagagli alla stazione di Guandong (Canton), ma non gli basta.

A 12 anni è un “boat-people”, fugge dalla Cina in barca per rifugiarsi ad Hong Kong (colonia britannica). Lavora in una fabbrica di guanti, poiché è svelto a 20 anni assumerà il ruolo di dirigente della stessa. Con un po’ di liquidità, frutto di qualche colpo in borsa, rileva dal fallimento la Comitex, fabbrica d’abbigliamento ed avrà successo producendo capi in lana per J.C.Penney, Montgomery Ward e lancia la catena “Giordano” con grandi risultati.

Siamo nel 1989: la rivolta degli studenti sulla Tiananmen.

Naturalmente Lai  si schiera; ha già assaporato libertà e democrazia. Il suo “Next Magazine” pubblica réportage incisivi e  addirittura va oltre i limiti quando definisce il Premier Li Peng “il figlio di un uovo di tartaruga”.

Per ripicca il regime gli chiude i negozi in Cina. Nel ’91 lancia con successo Apple Day che tirerà 400mila copie giornaliere.

Al New York Times confida il suo pensiero “Io sono nato in Cina, ho passato la mia infanzia in Cina…so cosa vuol dire vivere sotto il regime autoritario cinese”. Il suo credo politico non verrà accettato e nel 2014 la sua casa verrà perquisita, nel 2015 esplodono bombe molotov sulla sua abitazione e viene speronato in auto..

Il suo “cursus honorum”, dopo aver sostenuto le sommosse dell’anno scorso hanno subito un arresto il 20 febbraio ed un altro il 18 aprile (con altri 14 “attivisti”).

“Sarà un onore se mi sacrificherò” e come ultimo il 10 agosto scorso l’arresto con l’accusa di aver violato le leggi sulla sicurezza nazionale.

Con la nuova legge Lai rischia molto, anche l’ergastolo e, ironia della sorte, l’estradizione da dove è scappato..

Lai non nasconde che le sue esperienze personali lo portano a pensare che  “per i comunisti il tutto è controllo, controllo, controllo… non accettano cittadini che esprimono le loro insoddisfazioni”

Da Pechino lo definiscono un “traditore, un criminale che semina violenza e caos”. Addirittura lo dipingono come un componente della nota “gang of four” (la banda dei quattro) che ricordiamo per il tragico periodo  che termina con  la morte di Mao nel 1976.

Sarà interessante seguire gli sviluppi del caso; potrebbe essere la cartina di tornasole per capire quale sarà il destino di Hong Kong.

Vittorio Volpi