La Spagna chiude le porte in faccia ai rumeni. La civilissima Spagna, non certo la xenofoba e riottosa Svizzera, difende così il proprio mercato impedendo l’afflusso di nuovi lavoratori nel proprio Paese.
È la prima volta che nell’Unione europea, su richiesta spagnola del 28 luglio 2011, viene adottato un provvedimento che limita in questo modo la circolazione delle persone tra Stati membri.
Bruxelles, dunque, ha dato il permesso di fermare l’arrivo di cittadini rumeni sprovvisti di un contratto o di un’autorizzazione firmata da un datore di lavoro spagnolo. In verità, il primo Stato sovrano a inaugurare questo nuovo corso è stato l’Olanda, paese fondatore dell’Unione europea, che con un atto unilaterale ha annunciato, nell’aprile 2011, che nuovi permessi di lavoro saranno assegnati solo in circostanze eccezionali.
Il ministro olandese agli Affari sociali Henk Kamp non ha esitato a salutare questo provvedimento definendolo come “sacrosanto”, attirandosi in tal modo le dure critiche di mezza Europa, in primis Polonia, Bulgaria e Romania. Kamp, che di recente non ha mancato lanciare un nuovo improvviso ultimatum, intende inoltre rimandare a casa con decreto d’espulsione i polacchi disoccupati da più di tre mesi, e se ne è uscito con affermazioni del tipo: «Dobbiamo sbarazzarci degli immigrati che non sono capaci d’integrarsi ma pretendono di vivere a lungo qui da noi».
Al di là del condividere o meno queste posizioni, pensiamo un attimo a cosa sarebbe successo in Svizzera qualora un politico dell’UDC avesse solo osato affermare qualcosa che vagamente suonasse come le parole del ministro olandese.
Per tornare alla Spagna, leggendo l’analisi della Commissione europea, si possono rilevare alcuni dati che non esito a definire quantomeno inquietanti. Nel primo trimestre 2011, nel Paese iberico, si potevano contare 191’400 cittadini rumeni disoccupati mentre solo tre anni fa erano 80’100. Da notare inoltre che il numero di cittadini rumeni usualmente residenti in Spagna è aumentato passando da 388’000 al 1° gennaio 2006 a 823’000 unità al 1° gennaio 2010.
Le domande che sorgono spontanee sono dunque queste: cosa faranno questi lavoratori/disoccupati che guardavano al mercato del lavoro spagnolo? Resteranno a casa loro o cercheranno nuove opportunità in altri Paesi? La Svizzera potrà entrare in linea di conto come nuovo Eldorado? Insomma, senza tema di essere smentito, osservo che queste persone si spostano all’interno del’Unione europea alla ricerca, legittima, di una fetta di benessere. Sono loro la fonte di benessere di una nazione come alcuni politici nostrani vogliono farci credere? Certo che no, il caso spagnolo in questo senso è emblematico!
Per terminare vorrei fare un breve tuffo nel nostro contesto ticinese rammentando la vituperata campagna “Balairatt”. Ricordate il cartellone relativo al tema del frontalierato? A novembre 2011 parlavamo ancora di 45’000 lavoratori frontalieri, oggi a poco più di 9 mesi dall’affissione, i frontalieri sono aumentati a 51’250 unità.
Questo dato, in assenza di una crescita economica mirabolante, ci porta a inevitabilmente concludere che vi sia in atto un potenziale e pericoloso effetto di sostituzione dei lavoratori locali e non certo un’acquisizione di competenze che si riescono a reperire sul nostro mercato. Questo è l’effetto perverso, assieme alla pressione sui salari dovuta al libero accesso al nostro un mercato, che noi combattiamo.
L’UDC, in questo senso, ha scelto la via dell’iniziativa popolare e propone un testo di legge che ci permetterà di ritornare al virtuoso passato fissando dei contingenti in funzione delle esigenze dell’economia e di ripristinare la clausola della preferenza indigena. Le misure d’accompagnamento si sono infatti dimostrate un mero palliativo e non hanno mai affrontato la radice del problema mentre la reciprocità è rimasta solo una chimera.
Ritengo infine sia necessario agire immediatamente in quanto un giorno o l’altro non è detto che si possa arrivare a situazioni di frizione simili a quelle degli indigandos spagnoli, degli scontri di Londra o e dei lavoratori inglesi che muniti di cartelloni “British work to british people” si rivoltino contro i lavoratori stranieri minacciando la pace sociale del nostro Paese.
Marco Chiesa, UDC