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La Chiesa è stanca … nell’Europa del benessere e in America; non ha più eroi cui ispirarsi come il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador.

Lo dice il cardinale Carlo Maria Martini nell’ultima intervista rilasciata l’8 di agosto a padre Georg Sporschill; una sorta di testamento spirituale, letto e approvato dall’arcivescovo di Milano.
Parole dure, come devono essere quando si vede ciò che si è amato (e si ama ancora) incamminarsi verso orizzonti perduti.

“La nostra cultura è invecchiata, le nostre chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Il benessere pesa.”
Alla domanda “chi può aiutare la Chiesa oggi?” Martini risponde : “Consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri, che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Siamo restati indietro di 200 anni, come mai non ci scuotiamo? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?”

Fossi un cattolico, mi preoccuperei; e anche tanto! Si è persa la rotta e si fa finta di niente. Il problema non sta solo al vertice, anche la base ci mette tanto del suo.
È sufficiente timbrare il cartellino una volta a settimana o per le feste comandate, dare gli spiccioli alla parrocchia, confessarsi quando proprio non se ne può più e continuare a fare le stesse cose di prima; tanto il trapasso non è per domani e ci sarà sempre un’anima buona pronta a redimere la montagna di meschinità accumulate.
Questa, consentitemi, non è una bischerata, è una porcheria se ci si rifà all’idea che l’uomo è stato concepito a immagine e somiglianza di Dio.
Martini mi ricorda l’imperatore romano Adriano (regno 117-138) che sapendo di dover morire (le medicine non lo soccorrono più), sussurra a chi vegliava sulla sua agonia : “Cerchiamo di entrare nella morte a occhi aperti”.
Quanti di noi vorrebbero per sé questo destino? Quanti ne sarebbero capaci?

Carlo Curti, Lugano