Nelle ultime settimane gli organi d’informazione hanno riportato i dati statistici ufficiali (UST) sull’andamento dell’occupazione in Svizzera e in Ticino. Da questi dati si evidenzia, qua da noi, un timido aumento dei posti di lavoro, fattore sicuramente confortante, di questi tempi, ma purtroppo discordante con l’andamento della disoccupazione.

Il tasso dei senza lavoro, infatti, non scende, bensì aumenta, rendendo evidente che i posti di lavoro creati non vanno a ticinesi e residenti nel Cantone, ma a persone che vivono all’estero, nel nostro caso specifico, nella vicina Penisola.
Per un attimo, dopo aver letto queste notizie, mi è venuto in mente un fatto storico di metà ‘800 quando, all’interno del Parlamento italiano costituito dopo l’Unità d’Italia (1861), un signore di nome Nino Bixio (garibaldino) paragonò il Cantone Ticino ad “una spina nel fianco”, rivendicando quindi il diritto naturale di appartenenza all’Italia, se necessario anche attraverso una conquista militare.
Fortunatamente le armi non vennero mai usate, ma quanto non è stato ottenuto con la forza militare sta per essere conquistato con l’economia e con i posti di lavoro in tutti i settori.

Questo non vuole assolutamente essere un discorso xenofobo o discriminatorio, ma il mondo politico e la cittadinanza di questo Cantone non possono non vedere quanto sta succedendo dal 2004, con l’entrata della libera circolazione e la caduta della priorità d’impiego della forza lavoro indigena.
In Ticino siamo in molti a credere che questo fenomeno debba essere regolato al più presto con quanto di legale abbiamo a disposizione, mettendo in campo, da parte della Confederazione, clausole sull’accordo di libera circolazione che possano darci una boccata d’ossigeno.
Altri Paesi dell’UE hanno adottato la famosa clausola di contenimento, perché noi no?
Se nella nostra democrazia, da una parte, vige il libero mercato, dall’altra lo Stato, federale o cantonale, è tenuto a garantire regole ferree ed eque per tutti. In uno stato civile le istituzioni sono responsabili di creare le condizioni quadro per lo sviluppo della società e il benessere dei propri cittadini (compresa una disponibilità adeguata di posti di lavoro), ma anche di penalizzare coloro (imprese e datori di lavoro) che sfruttino le buone intenzioni per un personale vantaggio che vada a ledere gli interessi della comunità.
L’applicazione del trattato di libera circolazione ha portato, in Ticino e in Svizzera, più danni che benefici.

Inutile continuare a nascondersi dietro argomentazioni qualitative riguardo ai possibili vantaggi, per una volta limitiamoci ad elencare fatti e numeri. Ad oggi in Ticino ci sono quasi 55’000 frontalieri, con un tendenziale aumento nel settore terziario, che fino a pochi anni fa restava invece un universo tutto ticinese o al massimo confederato: banche, assicurazioni, fiduciarie, commerci e punti vendita, stanno sostituendo il personale indigeno con il “pacchetto da supermercato due al posto di uno”.
La conoscenza delle lingue nazionali svizzere non sono più requisito preferenziale in fase di reclutamento e tante volte nemmeno più gli studi in Svizzera.
Nella scelta del candidato prevale quasi esclusivamente la retribuzione attesa, oggi livellata al ribasso (dumping) rispetto agli stipendi di qualche anno fa, nonostante il costo della vita in costante aumento.

Perché lo Stato non interviene a tutela dei cittadini e residenti che pagano le tasse? Non solo con le commissioni paritetiche o di controllo, ma anche con le famose agevolazioni fiscali ad aziende o industrie che vorrebbero insediarsi sul nostro territorio.
Gli incentivi fiscali o gli accordi di dilazione sulle imposte vanno concessi solo alle aziende che garantiscano l’impegno di assumere almeno il 60% di personale locale, cioè ticinese e residente. Per le altre, oltre ad escluderle dai benefici, si dovrebbe trovare il coraggio di penalizzarle o non accettarle sul nostro territorio.
Un esempio clamoroso arriva da un’azienda italiana di moda, che vorrebbe implementare la sua distribuzione mondiale in Ticino.
In un incontro di qualche giorno fa, con alcuni nostri politici, è stato presentato il “business plan”, che contempla manodopera frontaliera per il 75%. Proposta inaccettabile, per un Cantone malmesso come il nostro.

Il piccolo comune di Vernier (Canton Ginevra) si impose su una grossa azienda nordica, stabilendo un minimo del 40% di manodopera locale in organico, perché non possiamo farlo noi come Cantone?
Siamo in casa nostra e possiamo stabilire le regole del gioco: il 60% di occupazione locale, prendere o lasciare.
Questo vale anche per la nostra Amministrazione Pubblica, dove spesso si sente parlare di assunzioni di stranieri. Lo Stato viene alimentato anche dalle tasse dei contribuenti ticinesi, dovrebbe privilegiare l’assunzione di personale in difficoltà e senza lavoro.
È in questo senso che vorrei allacciarmi alla mozione al Governo di qualche mese fa, presentata dal gruppo UDC in Gran Consiglio sulla necessità di aumentare o sostituire l’organico cantonale, che prese spunto da quanto avviene nel Cantone Ginevra, dove si privilegiano le assunzioni di candidati scelti negli elenchi dei disoccupati iscritti all’ufficio del lavoro ginevrino.

Mi auguro che il nostro Governo e il Parlamento accettino questa mozione, anche per dar prova di buona volontà alla popolazione ticinese in questi tempi di crisi economica e lavorativa.
Il Ticino politico deve affrontare con urgenza il problema del mercato del lavoro, perché il tempo stringe e la pazienza è al limite.
Di questo passo, entro un anno avremo una manodopera estera che supererà le 75’000 unità e una disoccupazione cantonale oltre l’8%. No, i ticinesi non voglio più vivere in una terra di conquista.

Tiziano Galeazzi
Presidente Distretto UDC Lugano