Giappone-Russia: a quando un trattato di pace? – di Vittorio Volpi

A Tokyo c’è un lungo viale che conduce verso il “Palazzo della Dieta nazionale”, il Parlamento giapponese (Kokkai Gijido). Un palazzo imponente, costruito nel 1936, ma brutto. In un paese che ha espresso architetti-talenti mondiali nel dopoguerra come Ando, Tange, Isozaki,  Kurokawa e tanti altri, uno si domanda come sia stato possibile una simile bruttura. Segno dei tempi?

Ebbene alla fine del viale sulla sinistra c’è un cartello che ho visto sempre là nell’ultimo mezzo secolo: “Hoppo Ryodo”, I Territori Settentrionali, con delle scritte.

È il simbolo per tutti i giapponesi che in fondo la seconda guerra mondiale non è ancora conclusa, malgrado il sacrificio dell’olocausto.

Il manifesto datato rappresenta la richiesta  dei giapponesi alla Russia, precedentemente all’Unione Sovietica, di restituire quella manciata di isole e isolette al Nord dell’isola dell’Hokkaido:  che è anche la precondizione per la firma, dopo 75 anni, del trattato di pace.

immagine wiki commons (www.demis.nl)

È proprio questa infinitesima parte dell’Oceano Pacifico che ha mantenuto gelati, talvolta freddi i rapporti fra i due paesi.

Il 19 ottobre del 1956 URSS e Giappone hanno firmato la fine dello stato di guerra che malgrado la fine delle ostilità del 1945 non era  formalmente stato sottoscritto, ma non il Trattato di Pace. Purtroppo la “joint declaration” non risolse il contenzioso delle Curili meridionali.

La dichiarazione sanciva che dopo la conclusione del trattato di pace l’URSS avrebbe restituito 2 delle isole, quella di Shikotan (con isolette) ed Habomai, considerando acquisite sia Etofuro che Kunashiri.

Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti: l’implosione dell’URSS, i drammi di Eltsin e poi Putin, ma nessun passo avanti.

È interessante che a riprova del fatto che il nuovo Primo Ministro Suga, tutt’altro che un invertebrato della politica, a poca distanza dall’assunzione dell’incarico di Premier,  ha fatto una delle sue prime telefonate a Vladimir Putin per dar seguito alle intese del 2018 fra il suo predecessore Abe ed il presidente russo che prevederebbero, il condizionale è d’obbligo, la firma del trattato di pace ed il ritorno delle due isole al Giappone.

“Vorrei mettere fine alla questione dei territori del Nord (hoppo ryodo), Curili meridionali per i russi, e non lasciare il problema insoluto alle prossime generazioni”. Ha dichiarato il Premier Suga.

Putin gli ha risposto che “è pronto a continuare il dialogo su tutte le questioni bilaterali.” Il tutto con l’accordo di incontrarsi al più presto.

Mentre per Tokyo la questione dei “territori del Nord” sta a cuore a tutti i nazionalisti, tanti, che con il ritorno delle isole vendicherebbero l’invasione russa del Giappone all’ultimo minuto del conflitto (stracciando il trattato di “non belligerenza” in essere con l’URSS)  sarebbe in sostanza un grosso successo politico per Suga.

Putin vede invece nel Giappone – con soldi e tecnologia – un partner per sviluppare la Russia asiatica, territorio di risorse immenso e sarebbe anche un buon tentativo per indebolire gli storici rapporti Usa-Giappone.

Nonostante il suo potere, Putin teme la reazione dell’opinione pubblica nel cedere territori anche se minimi, pur tenendo conto dei patti del ’56. Inoltre la popolazione locale è ora “pro Russia” avendo a suo tempo rimpatriato i giapponesi.

Per entrambi i paesi l’eventuale successo sarebbe una manna dal cielo. La simbiosi fra i due paesi sarebbe perfetta e consentirebbe alla Russia di essere più libera dalla partnership russo-cinese ed ai giapponesi di avere un’alternativa alla Cina, suo maggior partner commerciale in Asia. Un rapporto complesso perchè Pechino è sempre più assertivo in politica estera.

Ci vorrà comunque molto tempo per mettere nell’oblivio la storia recente, come si vede. I trattati di Potsdam, San Francisco (1951) e Mosca (1956) in fondo hanno tolto ai giapponesi tutto quello che avevano conseguito anche dopo il conflitto nippo-russo del 1905 e nemmeno conservato quelle poche isole, visibili ad occhio nudo, dalla madre patria (Hokkaido).

Per una normalizzazione ci sono anche tante altre implicazioni (come sappiamo, non c’è mai una cosa sola che  spieghi tutto) come la questione delle acque territoriali, diritti di pesca, di natura militare strategica. Quello che è certo è che dopo ¾ di secolo di distensione e pace, è ancora vivo il retaggio della guerra.

Dei ben informati ci dicono che le trattative in corso fra i due governi siano questa volta serie. Speriamo.

Sembra incredibile quel cartello, di fronte alla Dieta di Tokyo, a ricordare che non è mai stato firmato un trattato di pace fra due grandi paesi a livello mondiale.

E invece “è la storia, bellezza”.

Vittorio Volpi