Jean Olaniszyn
I SOSPETTATI FURONO PIÙ DI 1300, MA I PRIMI A FINIRE IN CARCERE FURONO GUILLAUME APOLLINAIRE E PABLO PICASSO.
Il primo per aver dichiarato la volontà di eliminare l’arte del passato in favore di una nuova arte, mentre il secondo per aver usato come fonte di ispirazione delle statue fenice sottratte in passato dal segretario di Apollinaire al Louvre, poi vendute allo stesso Apollinaire il quale, pensando a delle imitazioni, le aveva prestate a Picasso (che ai visi delle sculture si era ispirato nel 1907 per “Les Demoiselles de Avignon’’).
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SULLA VICENDA SONO STATI SCRITTI “FIUMI DI PAROLE”, FORMULATE SVARIATE IPOTESI SUI PROTAGONISTI E SUL MOVENTE CHE HA PORTATO UN UOMO SEMPLICE COME VINCENZO PERUGGIA A REALIZZARE IL FURTO PIÙ CELEBRE DEL MONDO.
Vincenzo Peruggia (Dumenza 1881 – Saint-Maur-des-Fossés 1925), emigrato a Parigi nel 1907, era stato assunto da una ditta incaricata di svolgere lavori di manutenzione al museo del Louvre.
Il lunedì mattina del 21 agosto 1911 l’artista francese Louis Beroud si recò presto (con l’amico pittore Frederic Languillerme) nel Salon Carré del Museo del Louvre (il lunedì chiuso al pubblico) per svolgere il suo lavoro da copista. Aveva intenzione di ritrarre proprio la Gioconda, ma giunto davanti alla parete si accorse che il quadro non c’era, solo due ganci ai quali fino a quel momento era appeso il capolavoro di Leonardo.
Quei momenti vengono raccontati in un articolo pubblicato su ‘Le Figaro’ dell’edizione del 23 agosto 1911: “all’inizio, il brigadiere Poupardin, allertato da Béroud, pensava che la Gioconda fosse stata spostata nello studio fotografico Braun che era autorizzato al trasporto delle opere per fotografarle (a condizione di non spostarle negli orari di apertura del museo al pubblico). Tuttavia, il quadro non si trovava negli atelier Braun e ci si dovette render conto dell’evidenza che era stato rubato, e che dell’opera non rimanevano che la cornice e il vetro, abbandonati dal ladro all’interno del Louvre. Le sale furono evacuate, tutte le porte del museo furono chiuse e il personale fu subito convocato per i primi interrogatori di rito”.
Nel frattempo si sono incontrati al Salon Carrè, il direttore Mr. Homolle, il capo della sicurezza Mr. Poupardin, il prefetto di Parigi Mr. Louis Lepiche, il sottosegretario di Stato alle Belle Arti e il capo della polizia.
Si trattava del primo grande furto di un’opera d’arte da un museo: il colpo del secolo. Immediatamente la polizia francese iniziò ad interrogare tutti coloro che erano stati al Louvre durante alcuni lavori di manutenzione, ma senza alcun risultato.
Furono sospettati anche Apollinaire e Picasso.

Le autorità francesi pensarono addirittura ad un colpo dei tedeschi “che non solo stavano tentando di appropriarsi delle colonie francesi in Africa, ma cercavano anche di depredarli dei loro capolavori”.
Le pagine dei giornali parlarono a lungo della vicenda e il Louvre rimase per ben due anni sconvolto e senza la sua Gioconda, fino al 1913, quando il quadro comparve a Firenze.
Com’è avvenuto il furto?
La storia racconta che l’autore del furto è un italiano decoratore al servizio del museo, conosciuto da tutti con il nomignolo di ‘Maccheroni’, che in quella mattina presto del 21 agosto 1911 entrò nel Salon Carré approfittando del fatto che la guardia a quell’ora di solito dormiva.
Giunto nella sala, tolse dalla parete il famoso dipinto e si allontanò indisturbato percorrendo una via secondaria verso l’uscita. All’interno di una scalinata del salone Sept Maitre che conduce all’esterno, tolse dalla cornice il dipinto e nascose la tavola avvolgendola nella giacca da lavoro.
Sulla sua strada incontra però una porta a vetri chiusa a chiave. Toglie astutamente la maniglia e chiede ad una guardia di aprire la porta ‘alla quale qualcuno ha tolto la maniglia’. La guardia accolse la sua richiesta e in un attimo la Gioconda era fuori dal Louvre.
L’uomo è Vincenzo Peruggia che, pare, compie questo gesto per istinto patriottico “convinto che il quadro sia stato sottratto all’Italia da Napoleone Bonaparte come tanti altri capolavori”.
In realtà il dipinto a olio su tavola di legno di pioppo (77×53 cm e 13 mm di spessore), fu acquistato dal Re Francesco I, secondo alcune fonti per 4 mila scudi d’oro, equivalenti più o meno a due anni dello stipendio di allora del genio toscano.
Vincenzo Peruggia tenne il dipinto ben nascosto per due anni nella sua stanza in affitto in Rue de l’Hospital Saint Louis, proprio accanto al museo.
La polizia sospettò ovviamente anche i dipendenti del museo, fra i quali lo stesso Peruggia: perquisirono la sua stanza, ma con esito negativo. Una guardia scrisse il rapporto proprio sopra il tavolo che nascondeva la Gioconda.
Nei mesi successivi Peruggia tentò, senza successo, di disfarsi del dipinto contattando collezionisti privati.
La storia qui si complica e si è giunti anche al sospetto che Peruggia non agì da solo, ma le indagini condotte in Francia non riuscirono ad individuare dei complici o mandanti..
Vincenzo Peruggia portò successivamente il dipinto in Italia e lo tenne nascosto nella sua casa a Dumenza in Val Veddasca, sul lago Maggiore.
Da questo momento sulla storia del dipinto rubato al Louvre e sulla sorte della Gioconda sono state formulate molte ipotesi.
Comunque l’11 dicembre 1913, il gallerista Alfredo Geri (che aveva precedentemente ricevuto una lettera del Peruggia, firmata con lo pseudonimo “Leonardo V.”, al quale Geri aveva risposto con la sua intenzione di acquistare l’opera) e il direttore della Regia Galleria degli Uffizi, Giovanni Poggi, si incontrarono all’albergo Tripoli in via Panzani a Firenze, con Vincenzo Peruggia, che mostrò loro la Gioconda.
Il direttore degli Uffizi, accertatosi del fatto che quella era la vera Gioconda, diede comunicazione alle autorità, e il prefetto fece arrestare Peruggia il giorno seguente..
Nonostante la richiesta di un cospicuo “indennizzo” per la restituzione dell’opera, Peruggia dichiarò a più riprese di non aver compiuto il furto a scopo di lucro, ma con l’intenzione di riconsegnare all’Italia un dipinto di grande valore simbolico, che egli riteneva fosse stato parte del bottino di guerra nella fase napoleonica.
Il gesto di Peruggia suscitò diffuse simpatie nell’opinione pubblica italiana, che lo dipinse come un ingenuo ma audace campione di patriottismo.
A distanza di 6 mesi dalla restituzione del dipinto alla Francia, il tribunale di Firenze celebrò un breve processo nel giugno 1914: Peruggia fu condannato per furto aggravato, ma la valutazione delle attenuanti gli valse una pena di un anno e 15 giorni di prigione, ridotti in appello a 7 mesi e 8 giorni.
La Gioconda prima di tornare a Parigi è stata esposta agli Uffizi di Firenze, alla Galleria Borghese e Villa Medici a Roma e alla Galleria di Brera a Milano permettendo a decine di migliaia di italiani di ammirarla.
Alla fine tutto è finito bene, in qualche modo.
Alfredo Geri ha ricevuto 25.000 franchi e la medaglia della Legion d’Honneur francese.
Mentre Vincenzo Peruggia è stato in qualche modo dimenticato.
Tornato nella sua città natale di Dumenza nel nord Italia, servì con onore nell’Esercito Italiano nella prima guerra mondiale combattendo nella battaglia di Caporetto e fu anche imprigionato in un campo austriaco.
Dopo la guerra lasciò l’Italia e tornò in Francia e sui documenti cambiò il nome in Pietro Peruggia.
Si stabilì nei sobborghi di Parigi e sposò una giovanissima donna dalla quale ebbe una figlia. Morì all’età di 44 anni per un attacco di cuore a Saint Tues des Fousses il 25 ottobre 1925 (portando nella tomba i suoi “segreti”).
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IL MISTERO DELL’ARGENTINO EDUARDO DE VALFIERNO, SOPRANNOMINATO “IL MARCHESE” E DEL FALSARIO YVES CHAUDRON.
Nel 1911 la Monna Lisa (Gioconda) di Leonardo da Vinci è rubata dal Louvre. Fino alla sua riapparizione nel 1914 molti falsi circolano negli USA acquistati da ricchi collezionisti.
Questi falsi sono opera di Yves Chaudron, un misterioso artista di cui si conoscono poche informazioni. Chaudron sarebbe stato ingaggiato dall’argentino Eduardo de Valfierno, un anno prima del furto per produrre sei copie della Gioconda.
Una volta terminati, questi dipinti vengono spediti negli USA, dove rimangono nascosti fino al furto del 21 agosto 1911.
Appena i giornali di tutto il mondo pubblicano la notizia del furto del capolavoro di Leonardo, negli USA i falsi dipinti si vendono come il pane in ragione di 300.000 $ la copia.
Nel 1914 la Monna Lisa è ritrovata in Italia, dove Peruggia l’aveva trasportata dopo averla tenuta nascosta (forse) due anni nel suo appartamento parigino. Peruggia denunciato dichiara di aver agito per amor patrio e si becca solo 7 mesi di prigione.
Nel 1932 il giornalista americano Karl Decker pubblica la storia di Valfierno e di Chaudron. Decker dichiara che Valfierno gli avrebbe confidato nel 1913 tutta la storia con la promessa di pubblicarla solo dopo la sua morte.
In base al racconto sarebbe stato l’argentino soprannominato “Il Marchese” ad aver architettato il furto – esecutori i due fratelli italiani Vincenzo e Michele Lancellotti (i quali avevano ricevuto una ricompensa di 100 mila franchi francesi da Valfierno) – e la rivendita dei falsi negli USA.
Il mistero continua.
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IL PROF. SILVANO VINCETI HA RECENTEMENTE PUBBLICATO UN LIBRO FORMULANDO NUOVE IPOTESI SULLA VICENDA DELLA GIOCONDA DI LEONARDO.
Furto della Gioconda, dal Louvre al Varesotto? Dopo 114 anni è ancora un mistero. Lo storico e ricercatore Silvano Vinceti, nella ricorrenza del celebre colpo nel museo parigino avvenuto tra il 21 e il 22 agosto del 1911, ricostruisce le sue scoperte in un libro: «La Gioconda ammirata ogni anno da milioni di persone e il suo furto sono un grande inganno: il varesino Peruggia fu un protagonista minore, gli attori principali erano appartenenti a un gruppo ben organizzato. E la Monna Lisa non venne nascosta a Parigi nell’appartamentino del Peruggia: i due fratelli Lancellotti trasferirono il dipinto a Cadero, vicino a Dumenza»
«La Gioconda ammirata ogni anno da milioni di persone al Louvre e il suo furto messo a segno tra il 21 e il 22 agosto 1911 sono un grande inganno». Ne è convinto lo storico e ricercatore Silvano Vinceti che, nella ricorrenza del celebre colpo nel museo parigino 114 anni fa, ricostruisce in sintesi le sue scoperte esposte con dovizia di particolari nell’ultimo libro “La Gioconda svelata” (Susil Edizioni).
La storia raccontata da oltre un secolo è che il dipinto fu rubato dal decoratore dell’alto Varesotto Vincenzo Peruggia, gentiluomo e patriota, emigrato in Francia in cerca di lavoro. Ma le cose sarebbero andate diversamente. «Qualche anno fa – racconta Vinceti all’Adnkronos – ho iniziato le mie ricerche dopo essere stato contattato da Graziano Ballinari, residente a Cadero, paese del Varesotto vicino a Dumenza, luogo natale di Peruggia. Questo signore mi riferì che il padre conosceva bene la moglie di Michele Lancellotti, fratello di Vincenzo, entrambi decoratori al Louvre, nati e cresciuti a Cadero. Ebbene, come testimoniato inseguito da altri anziani del paese, Peruggia fu un protagonista minore del clamoroso furto che vide come attori principali gli appartenenti a un gruppo ben organizzato: un presunto marchese Eduardo de Valfierno (di cui non si trovata traccia negli archivi di Stato di Buenos Aires in Argentina, nonostante un’intervista rilasciata con questo nome nel 1932 a un giornalista americano), il pittore e falsario francese Yves Chaurdon e i due fratelli Lancellotti. La Monna Lisa non venne nascosta a Parigi nell’appartamentino del Peruggia, ma i due fratelli trasferirono il dipinto a Cadero, dove venne occultato per più di due anni».
Interrogato dalla polizia in Francia, anche un cugino del decoratore accusato del furto affermò che il dipinto venne in possesso di Vincenzo Lancellotti. «Sempre secondo la versione del mio interlocutore – aggiunge Vinceti nell’intervista all’Adnkronos – a Firenze, dove fu ritrovata, non giunse l’opera autentica, ma una copia abilmente contraffatta”. Ecco che, così, Vinceti decide di proseguire l’indagine, acquisendo documenti originali e in parte sconosciuti negli archivi di Stato di Firenze, dove nel 1914 si tenne il processo al Peruggia. Altri documenti con gli interrogatori realizzati dalla polizia francese al personale del museo del Louvre presente il giorno del furto della Gioconda vengono acquisiti dallo staff di Vinceti a Parigi.
Dall’interrogatorio dell’ispettore francese Vignolle emergerebbero chiari elementi sulle bugie del Peruggia, comprese le testimonianze del personale presente nel Salon Carrè che contraddicono palesemente le sue dichiarazioni, sostiene Vinceti.
«L’insieme degli elementi, coniugati ad altre prove non tenute in considerazioni durante il processo – afferma sempre Vinceti – hanno portato ad una conclusione: il Peruggia, quel 21 agosto del 1911, non entrò al Louvre e non rubò la Gioconda. Il furto venne compiuto dall’interno, molto probabilmente dai fratelli Lancellotti».

Un dettaglio molto interessante emerso dalle testimonianze di Graziano Ballinari e di alcuni anziani di Cadero riguarderebbe il padre dei fratelli Lancelloti. L’uomo, maresciallo della Guardia di Finanza determinato a salvaguardare il buon nome dei figli, sborsò una discreta somma a Vincenzo Peruggia perché si presentasse a Firenze con il dipinto, s’attribuisse il furto e si facesse arrestare dalle forze dell’ordine. Tra i documenti reperiti dal ricercatore negli archivi di stato di Firenze spicca la riproduzione della perizia svolta nel 1913 sull’autenticità del dipinto rubato e ritrovato.
Secondo la valutazione di alcuni esperti dell’equipe di Vinceti, l’esame condotto non fu affatto rigoroso. Così come poco rigorose furono le indagini: le evidenti impronte digitali sulla cornice del dipinto, ritrovata su un gradino di una scala interna del museo, furono cancellate da una persona operante all’interno del Louvre. Vinceti ha poi rintracciato anche una lettera firmata indirizzata al direttore degli Uffizi, giunta da Torino nel febbraio del 1914 e sfuggita a precedenti ricerche storiche. Il testo dettagliato della missiva individua in un truffatore francese l’ideatore del furto del dipinto, descrive un personaggio riconducibile al sedicente marchese de Valfierno, e cita la realizzazione di copie della Gioconda con vendita a facoltosi americani.
Infine, ma non in ultimo, resta l’interrogativo più sconcertante: cosa rubarono realmente i fratelli Lancellotti? Una Gioconda dipinta da Leonardo o un falso eseguito alla perfezione? Uno di quelli realizzati dal suo allievo prediletto Gian Giacomo Caprotti, il Salai? Nel 1999 lo studioso francese Bertrand Jestaz, storico del Rinascimento italiano, ha ritrovato negli Archivi Nazionali di Parigi un accordo con la tesoreria del re di Francia Francesco I concernente la vendita nel 1518 da parte del Salai di alcuni dipinti tra cui spicca una Gioconda. Una vendita lautamente pagata dal tesoriere del re. Ma questa è un’altra storia.
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Immagini:
- La camera di Vincenzo Peruggia a Parigi, 1911, perquisita dalla polizia, con il letto dove Peruggia raccontò di aver tenuto nascosto il dipinto su tavola La Gioconda di Leonardo per due anni. È credibile che la polizia non abbia scoperto la tavola di cm 77×53, nascosta sotto le tavole del letto di Peruggia? Oppure non la trovarono perché semplicemente non c’era?
- Il prof. Silvano Vinceti in visita a Casa Crivelli a Pura, la casa museo dell’avvocato bibliofilo e collezionista d’arte Arminio Sciolli (fotografia di Jean Olaniszyn).