Tra ideologia estrema e identità di genere, la Germania si trova davanti a un paradosso giudiziario e sociale
Berlino – C’è chi lo definisce un provocatore, chi un genio del paradosso, chi semplicemente un clown politico. Ma una cosa è certa: Marla-Svenja Liebich, ex volto noto del neonazismo tedesco, ha trovato il modo di trasformare la propria condanna in carcere in un caso nazionale.

Dopo trent’anni di militanza nell’estrema destra, contrassegnati da cortei, condanne, multe e un’attitudine surreale alla messa in scena, nell’estate 2024 ha compiuto l’ennesima metamorfosi: da Sven a Svenja, con una semplice dichiarazione all’ufficio competente. Così, alla vigilia della reclusione a Halle (un anno e sei mesi di pena), si è posta la domanda che ha incendiato giornali e social: finirà nel carcere maschile o in quello femminile?
Un paradosso perfetto
Per la direttrice del carcere, la legge è chiara: le persone vengono allocate in base al genere anagrafico. E Svenja, per lo Stato, oggi è donna. Dunque, teoricamente, ala femminile.
Il risultato? Un corto circuito che ha diviso opinione pubblica e commentatori: da un lato, attivisti trans che rivendicano diritti inviolabili; dall’altro, cittadini che vedono in Liebich una beffa colossale, un uso strumentale della normativa identitaria.
Performance o convinzione?
Le foto che circolano online parlano da sole: cappello di paglia a tese larghe, occhialini tondi alla John Lennon, rossetto acceso, orecchini dorati… e baffi da ufficiale prussiano. Più che una transizione, sembra l’ennesima performance teatrale di un personaggio che ha fatto dell’ambiguità la sua arma mediatica.
Non è un caso che sui social si intreccino applausi e sarcasmo, rivendicazioni e parodie: difficile distinguere i sostenitori sinceri dai profili satirici che cavalcano la vicenda.

Un colpo alla Repubblica
Di fatto, Liebich è riuscita dove molti intellettuali hanno fallito: mostrare la fragilità delle regole contemporanee, la tensione tra diritto individuale e sicurezza collettiva, tra libertà di autodeterminazione e buon senso. Un neonazista che si traveste da paladina dei diritti trans è un’immagine che spiazza, confonde, e costringe il sistema a interrogarsi su sé stesso.
La Germania che ride e che teme
C’è chi ride della trovata e la considera un siparietto grottesco. Ma c’è anche chi intravede una minaccia più seria: se persino un estremista di lungo corso può piegare a proprio favore le regole identitarie, che cosa significa per il futuro della giustizia penale e della convivenza sociale?
Intanto Svenja, 54 anni, sorride sotto la sua paglia larga. Ha trovato il modo di trasformare la sua condanna in uno spettacolo mediatico. E la Germania, incredula, scopre che il più radicale dei neonazisti è riuscito a trasformarsi nell’icona più paradossale del dibattito contemporaneo.