Bellinzona – Niente più cellulari nelle aule, nei corridoi e nemmeno negli zaini. È questa la direzione che vuole imprimere il Centro con l’iniziativa legislativa popolare “Smartphone: a scuola no!”, sostenuta da deputati di più partiti e da rappresentanti del mondo della scuola, della sanità e della società civile.
La proposta non nasce dal nulla: già oggi esistono delle direttive cantonali che impongono di spegnere e rendere invisibili i dispositivi. Ma si tratta di regole poco applicate e troppo frammentarie, lasciate alla discrezione dei singoli istituti. Il risultato? Un mosaico di eccezioni, zone grigie e continue discussioni che distraggono docenti, studenti e genitori.
Una regola chiara e vincolante
Il Centro chiede di inserire il divieto direttamente nella Legge cantonale sulla scuola, applicabile a scuole dell’infanzia, elementari e medie. In questo modo lo smartphone verrebbe escluso in maniera uniforme da tutto l’ambiente scolastico, restituendo alla scuola la sua funzione principale: essere luogo di apprendimento, socializzazione e crescita equilibrata.
Il Governo sarebbe incaricato di stabilire le modalità pratiche e le sanzioni, ma il principio di fondo è inequivocabile: il telefono a scuola non deve nemmeno entrare.

I motivi del divieto
Gli iniziativisti sono chiari: gli smartphone, lungi dall’essere strumenti neutri, minano concentrazione e relazioni. Studi internazionali dimostrano che l’uso intensivo del cellulare tra i giovani è legato a:
- calo del rendimento scolastico,
- aumento dei casi di cyberbullismo,
- esposizione precoce a contenuti inadeguati,
- dipendenza digitale con conseguenze sulla salute mentale.
La scuola deve rimanere un ambiente protetto, libero da distrazioni e dalle pressioni sociali che gli smartphone inevitabilmente portano con sé.
Un comitato di esperti e famiglie
Il peso dell’iniziativa è rafforzato dalla composizione del comitato promotore: vi figurano il dottor Christian Garzoni, il pediatra Claudio Codecà, il docente Gianluca d’Ettore, gli ex direttori di scuola media Belloni e Lazzarotto, e il presidente della Conferenza cantonale dei genitori Pierfranco Longo. Una rete che unisce esperienza medica, educativa e familiare.
Non una privazione, ma una liberazione
Vietare i telefoni a scuola non significa togliere qualcosa agli studenti, ma restituire loro tempo, attenzione e qualità relazionale. Significa dare valore agli sguardi, alle parole, al gioco condiviso. Significa ridurre l’ansia da notifiche e messaggi, offrendo ai ragazzi la possibilità di sperimentare un’educazione più serena e autentica.
📌 In un’epoca in cui la tecnologia invade ogni ambito della vita quotidiana, il divieto assoluto degli smartphone a scuola non è un passo indietro, ma un gesto di coraggio educativo. Un atto di responsabilità verso le nuove generazioni, perché imparino a crescere prima come persone, e solo poi come utenti digitali.