Nel buio respiro ancora

(Voce bassa, spezzata. Un sussurro che si confonde col rumore lontano dell’acqua che gocciola.)

Non so più da quanti giorni sono qui.
Forse settimane.
Forse mesi.
Il tempo, nel buio, si piega come una lamiera calda — non ha più forma, non ha più direzione.

All’inizio contavo le ore con il battito del cuore.
Uno, due, tre…
Poi anche quello è diventato rumore di fondo, come il ronzio dei generatori, come i passi lontani di qualcuno che non viene mai per me.

Il silenzio qui non è mai vero silenzio.
C’è sempre qualcosa che respira, anche quando credi di essere solo.
E a volte mi sorprendo a parlare da solo, per ricordare che ho ancora una voce.
Una voce… sì, la mia.
Non la voglio perdere.

Ogni tanto mi arriva un pezzo di pane, un sorso d’acqua.
Li prendo come si prende la grazia — non perché bastino, ma perché mi dicono che, per qualcuno, esisto ancora.

Nel buio penso.
Penso a mia madre, che forse non dorme.
A mio padre, che non piange ma invecchia di colpo.
Penso al cielo — quel cielo che ora mi sembra un miracolo quasi offensivo.
Quante volte l’ho guardato senza gratitudine, come se fosse scontato?

Qui, invece, un soffio d’aria che sa di terra è già una benedizione.
E ogni goccia che cade dal soffitto è una preghiera.

Ci sono momenti in cui la paura è così forte che sembra voler uscire dalla pelle, graffiarti da dentro.
Poi passa, e rimane un silenzio più grande, un vuoto che però non è morte.
È attesa.
È qualcosa che somiglia alla speranza, anche se non voglio chiamarla così per non romperla.

A volte chiudo gli occhi e immagino di risalire.
Una scala, una luce, il rumore del vento.
Un volto che mi sorride, un abbraccio.
Non so se succederà, ma lo vedo — chiaro, come se fosse già lì.

E allora mi dico che sì, nel buio respiro ancora.
E finché respiro, non sono finito.
Non ancora.