«La parole est une promesse corporelle. Que promet-elle? Le scandale.
Celui du rapport […] indissociable entre le langage et le corps.»
Shoshana Felman, Le scandale du corps parlant, 1980

Che cos’è la Parola?
Tra le definizioni – innumerevoli e sottili che si scovano dentro la letteratura, la filosofia, la teologia, i Testi Sacri – quella di Shoshana Felman[1] recita così: «La parola è una promessa corporea. Cosa promette? Uno scandalo. Lo scandalo della relazione […] inseparabile tra linguaggio e corpo.».
In gioco, qui, lo scandalo e il corpo: in quest’occasione ci concentreremo sul primo, per dedicarci al secondo in un prossimo articolo.
Che cosa si intende per scandalo?
Lo scandalo – dal greco σκάνδαλον, skàndalon, tradotto come “inciampo” – porta con sé, in realtà, un senso doppio e di segno opposto, zampilla insomma da una sorgiva ossimorica: la radice indoeuropea skand- significa infatti tanto “cadere”, quanto “ascendere”. Lo scandalo è dunque ostacolo che può portarci a precipitare o a progredire.
Torniamo, per un momento, a Giovanni 6: Gesù è a Cafarnao e annuncia il mistero dell’eucarestia:
«Gesù disse loro: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.»
Questo suo intervento non lascia i discepoli indifferenti:
«Questo vi scandalizza?»
E di fronte allo scandalo di quelle parole così oscure, così «dure», la loro reazione è duplice:
«Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. 67 Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. 68 Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna 69 e noi abbiamo creduto […]”.»
C’è chi fugge davanti alla non comprensione di un messaggio tanto criptico e chi, invece, proprio in virtù della sua impenetrabilità, resta, segue Cristo e, in lui, evolve.
L’episodio biblico incarna quindi alla perfezione la tensione etimologica che pulsa alla fonte del termine – la discesa (l’abbandono) e l’elevazione (l’affidarsi).
Dinnanzi al linguaggio della poesia, anche noi ci troviamo vis-à-vis con uno scandalo (proprio come la folla nel passaggio di Giovanni), quello della non comprensione immediata di un codice che, in questo caso, altro non è se non esalazione della lingua primigenia della terra e degli dèi, effusione ancestrale del Chásma – la fenditura nel terreno al cospetto della quale gli antichi greci si ponevano per trovare risposte, la crepa sacra le cui emanazioni di vapore sulfureo erano comunicazione indistinta dell’altrove da lasciar decriptare alle sacerdotesse, come la Pizia, che nell’oracolo traducevano quella grammatica altra in una sequenza comprensibile all’orecchio e all’intelletto umani. Anche dentro di noi quel dire primordiale promana da una profondità, da una gola, come soffio, come ruah, e si articola, si fa Parola, si pronuncia, si (com)prende.

La parola poetica, pertanto, che sia da noi proferita, scritta, letta o ascoltata, in quanto linguaggio sacro, racchiude in sé un enigma da contemplare, da indagare, da ripercorrere più e più volte, un enigma che non ha la fretta né la pretesa d’essere sciolto nella propria interezza, un labirinto nel quale perdersi è dolcemente crudele, uno scandalo alla presenza del quale possiamo voltare le spalle, perché il suo mistero ci risulta quasi insopportabile (il termine greco in Giovanni è skleros, “duro e offensivo”), o restare ammaliati, proprio come i dodici a Cafarnao, dentro la verità che proviene da ogni oltre, che raggiunge ogni realtà sottile.
«Una poesia raggiunge il suo fine quando ci fa toccare con mano una verità originaria e una concreta possibilità di vita», Vittorino Curci, Note sull’arte poetica, 2018/2020.
[1] Critica letteraria americana e attualmente professoressa di letteratura comparata e francese alla Emory University di Woodruff.