L’Europa è entrata in una delle sue crisi politiche più profonde degli ultimi anni.
Polonia e Ungheria, da tempo gli “enfant terribles” dell’Unione, hanno lanciato un messaggio che risuona come uno schiaffo diretto a Bruxelles:

“Zero migranti, zero soldi, zero obblighi.”

Una formula che riassume un rifiuto frontale del nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo e, più in generale, della visione centralizzata con cui la Commissione UE intende governare il continente.


Il rifiuto frontale: “Non prenderemo un solo migrante imposto da Bruxelles”

Varsavia e Budapest dichiarano apertamente che non accetteranno le quote obbligatorie di ricollocamento dei migranti, previste dalle nuove regole europee.
Per loro, la politica migratoria è una questione di sovranità nazionale e nessun organo europeo può decidere chi debba entrare nei confini di un Paese.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán è stato netto:

“Non esiste un’Europa che decide chi entra in Ungheria. L’unica legge che riconosciamo è quella del Parlamento ungherese.”

Sulla stessa linea la Polonia, storicamente contraria al sistema di ripartizione dei richiedenti asilo. Varsavia ha ribadito che preferisce pagare zero piuttosto che accettare l’obbligo di accogliere.

Lo scontro economico: “Nessun ricatto sui fondi”

Ma la battaglia non riguarda solo i migranti.
La Commissione Europea minaccia da anni il blocco dei fondi europei destinati a Polonia e Ungheria a causa delle dispute sullo stato di diritto.

La risposta è arrivata più dura che mai:

“Niente soldi? Allora niente obblighi.”

Polonia e Ungheria sostengono che l’UE non possa usare il portafoglio come arma politica.
E, anzi, ricordano che sono proprio i Paesi dell’Est ad aver accolto milioni di profughi ucraini senza chiedere permissioni a Bruxelles.

La narrativa è semplice: l’Europa occidentale detta le regole; l’Europa centro-orientale paga il prezzo.

Un’Unione in frantumi

La contrapposizione è ormai totale:

  • da una parte, l’UE che vuole più integrazione, più centralizzazione, più poteri;
  • dall’altra parte, Paesi che rivendicano identità, confini e autonomia politica.

Il nuovo Patto Europeo sulla Migrazione, presentato come un pilastro della “solidarietà europea”, si sta trasformando nel simbolo dell’incomunicabilità tra due visioni opposte di Europa.

Il blocco Visegrád — indebolito negli ultimi anni — sembra rialzare la testa proprio su questo dossier. E con lui cresce l’euroscetticismo nel continente.

La frattura culturale: “Non ci sostituirete”

Al di là delle formule politiche, il rifiuto di Polonia e Ungheria è anche un rifiuto culturale.
In gioco non c’è solo la gestione dei migranti, ma la difesa di un modello di società che non vuole essere ridefinito da Bruxelles.

Orbán lo ripete spesso:

“Non vogliamo diventare una seconda Europa occidentale, post-nazionale e post-cristiana.”

Parole che risuonano forti in Paesi che vedono nell’UE una potenza burocratica lontana, incapace di comprendere le sensibilità dell’Europa centrale.


Europa di ieri, Europa di domani

Il risultato?
Un’Unione che fatica a trovare un linguaggio comune e che vede emergere una verità scomoda:

quando i Paesi si trovano davanti a scelte vitali — confini, identità, sicurezza — Bruxelles non ha più l’ultima parola.

Il 2025 rischia di essere l’anno della definitiva esplosione delle contraddizioni interne dell’UE.

Polonia e Ungheria hanno tracciato la linea:
nessuna imposizione, nessuna quota, nessun ricatto.

Il futuro dell’Europa dipenderà da chi, tra Bruxelles e le capitali dell’Est, avrà davvero la forza di dettare il ritmo.