di Ben Sicchiero
A pochi metri dalla Basilica di Sant’Ambrogio, nell’omonima piazza,
una colonna in pietra mozzata ha due fori ben visibili: secondo la
leggenda, a causarli furono le corna di Lucifero che nella lotta con
Sant’Ambrogio, nel tentativo di trafiggerlo, vi rimase incastrato. C’è chi
dice che avvicinandosi ai buchi, si possa sentire il richiamo dell’inferno.
Storicamente, si tratta di una colonna romana di epoca imperiale (III
secolo), in marmo cipollino, con un capitello corinzio che faceva parte
del palazzo imperiale di Massimiano, quando Mediolanum era capitale
dell’Impero d’Occidente. Durante il Sacro Romano Impero, la colonna
aveva un ruolo simbolico: alcuni racconti dicono che gli imperatori
incoronati dovevano abbracciarla come rituale di buon auspicio.
Così la leggenda è deliziosamente narrata nei Libri Vetusti della
Basilica Ambrosiana.

In quel tempo remoto in cui Milano era cinta da mura severe e la notte
avanzava greve sulla città, accadde un fatto che ancor oggi gli anziani
ricordano sussurrando. Era l’epoca del venerabile Ambrogio, pastore del
popolo e difensore dei giusti, uomo di sapienza e di fuoco spirituale.
Si racconta che una sera egli stesse vegliando nei pressi della basilica,
quando un vento oscuro cominciò a soffiare dalla piazza. Le ombre si
fecero più fitte, e un odore di zolfo s’alzò dalla terra. Allora apparve
l’Avversario, colui che porta perdizione e caos, avvolto da fumo e
fiamme invisibili all’occhio del semplice mortale.
Il Demonio, assetato d’anime, si scagliò contro il santo con furia
tremenda, sperando di infrangere la sua fede. Ma Ambrogio levò lo
sguardo al cielo e, confidando nel Signore, si scostò con la prontezza
che dona lo Spirito.
Il Maligno, ingannato dalla sua collera, si avventò contro una colonna
marmorea che s’ergeva a guardia della chiesa. Con tale violenza vi
piantò le corna, che il marmo stesso, pur freddo e antico, ne rimase
ferito per sempre. Si dibatté, urlò, graffiò la notte con suoni che non
appartengono a questa terra; infine, liberatosi con pena, venne sospinto
nei profondi abissi da cui era sorto.
Ma i fori rimasti nella pietra non si richiusero mai, ché tale era la forza
dell’urto infernale. E narra la tradizione che da quelle ferite del mondo
terreno soffi ancora oggi un fiato caldo, come il respiro di chi arde in
eterno. Taluni, avvicinando l’orecchio, affermano d’udire l’eco di voci
sommesse: forse lamenti, forse tentazioni.
Nella tradizione popolare, che sta scomparendo, si racconta che, dopo
essere precipitato nei profondi abissi, il Diavolo non abbia mai smesso
di tentare la fuga.
Si avvicina alla colonna come se fosse un vecchio portale
malfunzionante, scivoloso e capriccioso: ogni tanto emerge, solo per
essere risucchiato di nuovo nei vortici del suo regno.
C’è chi giura di averlo intravisto in mezzo alla nebbia, una figura nera
appoggiata alla colonna, con lo sguardo di chi brama vendetta.
Ma appena ci si avvicina… puff, sparisce.
Come sabbia nel vento.