L’Unione Europea ha compiuto una scelta destinata a far discutere a lungo: il Parlamento europeo ha approvato una modifica ai criteri della finanza sostenibile che permetterà di considerare sostenibili — e quindi potenzialmente premiabili con le etichette ESG — anche aziende che producono armi incendiarie, munizioni all’uranio impoverito e perfino componenti per armi nucleari.

Una decisione che ribalta completamente il significato originario degli investimenti “etici”, nati per sostenere la tutela dell’ambiente, la giustizia sociale, la salute, la dignità umana. Oggi, sotto la pressione della nuova corsa agli armamenti, quei criteri rischiano di trasformarsi in strumenti per incentivare proprio ciò che distrugge vite, territori e popoli.

Secondo un’analisi di Bloomberg, i fondi ESG esposti all’industria nucleare sono aumentati del 50% dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. L’Europa — dicono i promotori del cambiamento — deve “rafforzare la difesa”. Ma a quale prezzo? E soprattutto: fino a che punto è possibile ridefinire come “sostenibile” ciò che, per natura, è pensato per ferire, devastare, togliere vita?

Un rovesciamento etico senza precedenti

I gruppi progressisti del Parlamento — Socialisti, Verdi, Sinistra — hanno votato contro l’atto delegato della Commissione, sostenendo che questa scelta rischia di “svuotare di significato” la stessa idea di sostenibilità. Come ha detto l’eurodeputato Jonás Fernández:

“Etichettare come verdi gli indici che includono armi che non contribuiscono agli obiettivi climatici è un inganno per gli investitori.”

E Marc Botenga, della Sinistra europea, ha aggiunto:

“Questo atto è pensato per incentivare la produzione di armi controverse, compresi sistemi autonomi letali.”

Il rischio è evidente: normalizzare l’idea che un’arma possa essere “sostenibile”, “responsabile”, persino “etica”.

Mine anti-uomo

Ma un’arma non è mai neutrale.
È progettata per ferire.
E quando è “controversa” — uranio impoverito, incendiari, laser accecanti — è progettata per ferire in modo irreversibile.

La pace non si costruisce cambiando etichette, ma cambiando cuore

La storia dell’umanità conosce già le conseguenze della corsa agli armamenti. Ogni accelerazione nel settore militare è sempre stata seguita da un aumento delle tensioni, dei conflitti, delle guerre per procura. L’Europa, che nacque come progetto di pace dopo due guerre mondiali, oggi rischia di smarrire la memoria delle sue stesse origini.

Mai come ora sarebbe necessario affermare con forza il valore del disarmo, della riduzione degli arsenali, della diplomazia, della cooperazione tra popoli. Non per ingenuità, ma per realismo: il mondo non diventa più sicuro accumulando armi, ma imparando a disinnescare i conflitti prima che esplodano.

“Rimetti la tua spada nel fodero”: il Getsemani come monito eterno

In questo clima internazionale segnato da paura, aggressività e retorica bellica, risuona con ancora più forza la frase pronunciata da Gesù nel Getsemani. Quando Pietro, colpito dal panico, tagliò l’orecchio del servo del sommo sacerdote, Gesù lo fermò con una delle parole più rivoluzionarie della storia dell’umanità:

«Rimetti la tua spada nel fodero» (Gv 18,11).

Non disse: “Usala meglio”, “Difenditi”, “Colpisci per primo”.
Disse: abbassa l’arma, perché la violenza non salva.
Neppure quando sembra “necessaria”.
Neppure quando tutti ti dicono che è inevitabile.

Questo episodio non è solo un insegnamento religioso, ma una lezione universale:
la pace inizia quando qualcuno ha il coraggio di non rispondere alla violenza con altra violenza.

È questo il momento del coraggio. Non dell’ambiguità

Ridefinire le armi come “sostenibili” non è un atto tecnico: è un atto culturale. Significa dire alla società, ai giovani, ai mercati, che il confine tra ciò che difende e ciò che uccide può essere sfumato, ridefinito, normalizzato.

Ma un’Europa che crede nella dignità di ogni persona non può permettersi di confondere ciò che protegge con ciò che distrugge.

Il disarmo — progressivo, multilaterale, realistico — non è un sogno utopico.
È una necessità per la sopravvivenza stessa del nostro continente.

Non abbiamo bisogno di armi “verdi”.
Abbiamo bisogno di coscienza, di responsabilità e di governi capaci di guardare oltre il prossimo ciclo politico.

E, come nel Getsemani, abbiamo bisogno del coraggio di chi è disposto a dire:
“La spada non è la soluzione. Mai.”

Liliane Tami