Un segnale inatteso arriva da Minsk, dove le autorità bielorusse hanno annunciato la liberazione di 123 prigionieri, tra cui alcune delle figure più emblematiche dell’opposizione al presidente Aleksandr Lukašenko. Tra i nomi più rilevanti figurano Ales Bialiatski, premio Nobel per la Pace e fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Viasna, e Maria Kolesnikova, musicista e dirigente dell’opposizione diventata uno dei volti simbolo delle proteste del 2020.

Il rilascio rientrerebbe in un accordo con gli Stati Uniti, che prevede in cambio un allentamento delle sanzioni sul settore della potassa, una delle principali fonti di entrate per l’economia bielorussa. Un’intesa pragmatica, più che ideologica, che segnala un tentativo di riavvicinamento tattico tra Minsk e Washington, in un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina e dal crescente isolamento della Bielorussia sul piano occidentale.

Ales Bialiatsk

Per anni Bialiatski è stato il volto della resistenza civile bielorussa: arrestato e condannato con accuse considerate politicamente motivate, ha continuato a denunciare la repressione sistematica delle libertà fondamentali nel Paese. La sua liberazione ha un forte valore simbolico, soprattutto dopo il Nobel per la Pace assegnatogli nel 2022, mentre si trovava in carcere. Anche la scarcerazione di Maria Kolesnikova, condannata a una lunga pena detentiva per il suo ruolo nel Coordinamento dell’opposizione, rappresenta un gesto di portata politica rilevante.

Secondo fonti diplomatiche, il rilascio dei detenuti sarebbe stato negoziato nelle ultime settimane attraverso canali riservati. L’obiettivo dichiarato è ridurre le tensioni e aprire uno spazio di dialogo minimo con l’Occidente, soprattutto sul piano economico. Le sanzioni sulla potassa – settore strategico per Minsk – avevano colpito duramente le finanze del Paese; una loro revoca parziale consentirebbe al governo bielorusso di respirare, senza però modificare in modo sostanziale l’assetto politico interno.

Le reazioni internazionali sono state prudenti. Da un lato, organizzazioni per i diritti umani e governi occidentali hanno accolto con favore la liberazione dei prigionieri, definendola un passo nella giusta direzione. Dall’altro, resta forte lo scetticismo sulla reale volontà di riforma del regime di Lukašenko, che negli ultimi anni ha continuato a reprimere duramente ogni forma di dissenso, controllando media, partiti e società civile.

In Bielorussia, intanto, la notizia ha suscitato emozioni contrastanti. Per le famiglie dei detenuti liberati è un momento di sollievo e di gioia; per molti altri attivisti ancora in carcere, resta l’amara consapevolezza che la repressione non è finita. La liberazione di 123 prigionieri non cancella infatti il sistema che ha reso possibile il loro arresto, né le migliaia di condanne inflitte negli ultimi anni.

Il gesto di Minsk appare dunque come una mossa calcolata, più diplomatica che politica, volta a ottenere benefici economici immediati e a migliorare l’immagine internazionale del Paese. Resta da capire se questo segnale potrà aprire la strada a ulteriori rilasci e a un allentamento reale della repressione, o se resterà un episodio isolato, frutto di un compromesso temporaneo tra interessi contrapposti.

Per ora, una certezza c’è: con la liberazione di Bialiatski e Kolesnikova, la Bielorussia restituisce al mondo due voci che, anche dietro le sbarre, non avevano mai smesso di parlare di libertà.