Il fuoco del Reichstag

È la sera del 27 febbraio 1933.
Berlino è fredda, ancora immersa nel gelo dell’inverno. Dalla grande piazza davanti al Reichstag, l’enorme edificio del Parlamento tedesco, si vede una figura solitaria che si muove nell’ombra: Marinus van der Lubbe, ventiquattrenne olandese, volto scavato, cappotto consunto. È un muratore disoccupato, comunista idealista, che ha attraversato la Germania a piedi, convinto che solo un gesto clamoroso possa svegliare il popolo dall’apatia.

Poco dopo le nove di sera, i passanti vedono fumo uscire dalle finestre del Reichstag. Le fiamme, alimentate dal legno secco e dai tendaggi, si propagano rapidamente nella grande sala delle sedute. I pompieri accorrono, ma il fuoco è ormai fuori controllo.
Tra le colonne annerite, gli agenti trovano un uomo seminudo, con i vestiti bruciacchiati e gli occhi febbrili: van der Lubbe. Viene arrestato sul posto.


L’occasione d’oro di Hitler

La notizia raggiunge Adolf Hitler e Hermann Göring in pochi minuti. Sono al telefono, concitati, ma poi un sorriso: l’occasione che aspettavano è arrivata.
Hitler è cancelliere da appena un mese. Le elezioni sono imminenti, e i nazisti non hanno ancora la maggioranza assoluta. Ma ora, con l’incendio, possono gridare al complotto comunista, al “nemico interno” che vuole distruggere la Germania.

Nella notte stessa, Hitler si reca sul luogo del disastro. Davanti alle rovine fumanti dichiara ai giornalisti:

“Questa è l’opera dei comunisti! Se questo è il segnale della rivolta, la mano di ferro del popolo tedesco li schiaccerà!”

Il giorno seguente, il presidente Paul von Hindenburg, sotto pressione, firma il “Decreto per la protezione del popolo e dello Stato”, noto come Decreto dell’incendio del Reichstag.
Sospende la libertà di stampa, di riunione, di parola. Consente arresti senza mandato.
Nel giro di poche ore, migliaia di comunisti e socialisti vengono imprigionati.
La democrazia di Weimar, già fragile, è praticamente finita.


Il processo e il capro espiatorio

Van der Lubbe, intanto, viene interrogato per giorni. Si dichiara colpevole, ma insiste di aver agito da solo. “Volevo dare un segnale,” dice, “perché i lavoratori si svegliassero.”
Non c’è prova di un complotto comunista, ma i nazisti mettono comunque sotto accusa l’intero partito.

Il processo si apre a Lipsia nel settembre 1933, davanti al Tribunale Supremo.
Accanto a van der Lubbe siedono quattro dirigenti comunisti: Ernst Torgler, Georgi Dimitrov, Blagoi Popov e Vasil Tanev.
Dimitrov, bulgaro, non si lascia intimidire. Davanti ai giudici, ribalta l’accusa, sfidando apertamente Göring, che compare come testimone.

“Lei mi accusa di essere un incendiario,” dice Dimitrov, “ma il vero incendio è quello che il suo partito ha appiccato alla libertà tedesca!”

Il pubblico rimane in silenzio.

Alla fine, il tribunale assolve i comunisti per mancanza di prove, ma condanna van der Lubbe a morte.
Il 10 gennaio 1934, a Lipsia, viene ghigliottinato. Aveva venticinque anni.
Fino all’ultimo ripete di aver agito da solo.


Fuoco e menzogna

Per i nazisti, la vicenda è un trionfo. Hanno distrutto l’opposizione e consolidato il potere.
Per il mondo, invece, resta un mistero cupo.
Molti osservatori — giornalisti, politici in esilio, intellettuali — non credono alla versione ufficiale. Troppi dettagli non tornano: i molti focolai accesi contemporaneamente, la rapidità con cui Hitler reagì, la tempestività del decreto già pronto.
Molti pensarono che i nazisti stessi avessero organizzato o favorito l’incendio, usando van der Lubbe come pedina inconsapevole.


Il verdetto della storia

Decenni dopo, studiosi e periti tornarono sul caso. Alcuni, come lo storico Fritz Tobias negli anni ’50, conclusero che l’incendio fu davvero opera di un solo uomo — folle, ma determinato.
Altri, più sospettosi, vi videro l’archetipo del “false flag”, l’evento manipolato per giustificare la repressione.

Nel 2008, il governo tedesco riabilitò ufficialmente van der Lubbe, riconoscendo che il suo processo fu ingiusto e politicamente motivato.


Epilogo

Così, da una notte di fuoco e menzogna, nacque la dittatura nazista.
Il Reichstag arse, ma dalle sue ceneri sorse il Terzo Reich.
E il giovane olandese, forse idealista, forse strumento, rimase il simbolo tragico di un’epoca in cui un solo incendio bastò a bruciare la libertà di un intero popolo.